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Armando Diaz: il generale napoletano che condusse l’Italia alla vittoria

4 NOVEMBRE GIORNATA DELLE FORZE ARMATE

Quando si pensa ai protagonisti della Prima guerra mondiale, il nome di Armando Diaz è inevitabilmente legato a un momento preciso: la riscossa dopo Caporetto. Eppure, dietro il “Duca della Vittoria” c’è una figura complessa, profondamente legata alla sua città natale, Napoli, e a un carattere schivo e riflessivo che lo distinse nettamente dal suo predecessore.

Un napoletano di origini spagnole

Armando Vittorio Diaz nacque a Napoli il 5 dicembre 1861, in un palazzo di strada Cavone a Sant’Eframo nuovo, l’attuale via Francesco Saverio Correra, nel quartiere Avvocata. La sua famiglia, di origini spagnole, si era stabilita nel Regno delle Due Sicilie al seguito di Carlo di Borbone. Il padre Ludovico era un ufficiale del Genio navale, mentre la madre, Irene Cecconi, proveniva da una famiglia di magistrati e professionisti. Cresciuto in un ambiente di salda borghesia napoletana, Diaz sposò nel 1895 Sarah De Rosa, appartenente a una famiglia di avvocati e magistrati della città, con la quale ebbe tre figli.

Questa napoletanità, spesso trascurata dalla storiografia ufficiale, è un tratto centrale della sua personalità. Come notò il ”Mattino”, Diaz era “riservato, di poche parole, per niente egocentrico”, un ufficiale “scrupoloso, preciso, poco ciarliero, per nulla sbruffone”. Un napoletano che concedeva poco ai luoghi comuni, ma che proprio dalla sua terra sembrava aver assorbito la calma e l’equilibrio che ne avrebbero segnato l’azione di comando.

La carriera di un soldato metodico

Avviato giovanissimo alla carriera militare, Diaz frequentò l’Accademia militare di Torino e prese servizio nel 1884 nel 10º Reggimento di artiglieria da campo. Dopo aver superato brillantemente gli esami della Scuola di guerra, classificandosi primo nel suo corso, lavorò per circa sedici anni negli uffici del Comando del Corpo di Stato maggiore a Roma. Fu un periodo lontano dai riflettori, ma prezioso: gli consentì di conoscere a fondo i meccanismi dell’esercito, i suoi organici e i suoi bilanci, maturando quella competenza organizzativa che sarebbe stata decisiva negli anni a venire.

La sua prima esperienza diretta sul campo arrivò con la guerra italo-turca. Al comando del 93º Reggimento di fanteria, si distinse nella battaglia di Zanzur, in Libia, dove rimase ferito a una spalla. Rientrato in Italia, tornò a ricoprire incarichi di stato maggiore, diventando segretario del capo di Stato maggiore Luigi Cadorna.

Da Caporetto a Vittorio Veneto

Allo scoppio della Prima guerra mondiale, Diaz fece parte del Comando supremo come capo del reparto operazioni. Successivamente ottenne il comando di una divisione sul Carso e poi del XXIII Corpo d’armata, distinguendosi in diverse operazioni e venendo decorato con una medaglia d’argento al valor militare. La svolta arrivò nel novembre del 1917, dopo la disfatta di Caporetto. In una situazione tragicamente compromessa, il re e il governo scelsero proprio lui per sostituire Cadorna, apprezzandone la “calma olimpica” e la capacità di risollevare gli animi di un esercito allo stremo.

Il suo comando segnò un cambio di passo anche nel rapporto con i soldati. A differenza del rigido e distante Cadorna, Diaz introdusse “nella gestione militare umanità, dialogo, comprensione, rispetto”. Si adoperò per ridare saldezza all’esercito, riparare le perdite e rafforzare la fiducia delle truppe, anche attraverso un rinnovato servizio di propaganda.

La prova decisiva arrivò nel giugno 1918, quando l’esercito austro-ungarico sferrò la sua offensiva finale sul Piave. Diaz riuscì a contenerla nella Battaglia del Solstizio, per poi preparare la controffensiva. Tra il 24 ottobre e il 3 novembre 1918, le truppe italiane sfondarono il fronte a Vittorio Veneto, segnando la vittoria definitiva. Il 4 novembre, Diaz firmò il celebre Bollettino della Vittoria, con cui annunciò al Paese la disfatta dell’avversario. Per questi meriti, nel dicembre 1921 fu creato Duca della Vittoria e nominato Maresciallo d’Italia.

Il dopoguerra, il fascismo e il ritiro

Dopo la guerra, Diaz ricoprì la carica di capo di Stato maggiore fino al 1919. Nel 1922 accettò l’incarico di Ministro della Guerra nel primo governo presieduto da Benito Mussolini, mantenendolo fino al 1924. Questa scelta, insieme alle successive denigrazioni da parte di colleghi come Pietro Badoglio, contribuì a offuscare la sua figura presso l’opinione pubblica post-bellica. Terminata l’esperienza ministeriale, si ritirò a vita privata, tornando spesso nella sua Napoli, che gli aveva donato una villa al Vomero.

Armando Diaz morì a Roma il 29 febbraio 1928, per problemi cardiaci, all’età di 67 anni. È sepolto nella Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri, accanto ad altri protagonisti della Grande Guerra.

La sua figura resta quella di un militare lontano dalla retorica del genio incompreso: un organizzatore paziente, un comandante capace di infondere fiducia e, soprattutto, un napoletano che seppe mantenere la lucidità nel momento più drammatico della storia d’Italia. Come ebbe a dire lui stesso, con la sobrietà che lo contraddistingueva: “Non mi faccio illusioni su me stesso, ma ho avuto modo di equilibrare la forza e gli ingegni altrui, di far regnare la calma tra i miei generali e la fiducia tra le mie truppe”.

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