L’Unione Europea e i suoi esponenti di spicco mostrano un atteggiamento profondamente diverso di fronte all’invasione russa del Donbas e alla privazione della sovranità del Venezuela. Carlo Calenda e Pina Picierno, due delle voci più filo-atlantiche del panorama politico italiano, incarnano questa contraddizione: difensori intransigenti dell’Ucraina, si trasformano in timidi osservatori di fronte all’aggressione americana contro Caracas e al saccheggio delle risorse venezuelane. Ma questa vicenda assume contorni ancora più drammatici se si considera il legame profondo tra l’Italia e il Venezuela.
Il Venezuela è stato costruito in larga parte da emigrati italiani. Oggi si stimano circa 160.000 cittadini italiani registrati, ma sono milioni i venezuelani che hanno ascendenza italiana. Il loro contributo è stato preponderante in ogni campo.
In campo economico. La Camera di Commercio binazionale Cavenit, con i suoi sessant’anni di storia e più di 800 imprese aderenti, è il simbolo di un tessuto imprenditoriale che ha plasmato l’industria venezuelana. Gli italiani hanno dominato settori come l’edilizia, la manifattura e l’agroalimentare, e molti hanno lavorato nella PDVSA, la compagnia petrolifera nazionale.
In campo politico Ben due presidenti del Venezuela erano di origine italiana: Raúl Leoni, presidente dal 1964 al 1969, con radici genovesi, e Jaime Lusinchi, presidente dal 1984 al 1989, figlio di madre di origine italiana e corsa.
L’attuale presidente ad interim, Delcy Rodríguez, ha origini cilentane: il suo bisnonno, Vincenzo Fiorito, emigrò da Vibonati nella seconda metà dell’Ottocento. Numerosi parlamentari sono di origine italiana, come Américo De Grazia e Biagio Pilieri. Già nel 1811, l’avvocato Juan Germán Roscio, di origini milanesi, fu il principale ispiratore della Dichiarazione di Indipendenza.
Il contributo italiano in campo artistico è stato fondamentale: pittori, scultori, musicisti, letterati e architetti di rilievo arricchirono il patrimonio culturale della nazione. Tra questi lo scultore Hugo Daini, il maestro Primo Casale e l’architetto Giovanni Ponti. Il padovano Edoardo Crema diffuse in spagnolo la Divina Commedia. Gaetano Bafile fondò La Voce d’Italia, il quotidiano degli italiani in Venezuela. L’abruzzese Umberto Petricca costruì la più grande università privata del Paese. Come scrisse Niccolò Locatelli, «parlare di Venezuela è in un certo senso parlare d’Italia».
Mentre l’Europa assiste inerte, gli Stati Uniti hanno avviato un vero e proprio saccheggio delle risorse venezuelane. Il Venezuela non è più soltanto il Paese con le maggiori riserve petrolifere accertate del mondo: per l’Amministrazione Trump deve diventare anche una fonte di oro, ferro, bauxite e nichel. Secondo Report Difesa, Washington non sta rinunciando al proprio apparato sanzionatorio, ma lo sta convertendo “in un sistema di autorizzazioni selettive attraverso il quale decide quali imprese possano entrare in Venezuela, quali operazioni siano ammesse e quali concorrenti debbano restarne esclusi”.
Il caso più emblematico è quello delle 31 tonnellate d’oro venezuelano depositate nei caveau della Banca d’Inghilterra, per un valore di circa 4 miliardi di dollari, bloccate dal 2018. Il Regno Unito, fedele alleato degli Stati Uniti, ha smesso di riconoscere il governo venezuelano per giustificare la trattenuta del metallo prezioso. Governo e opposizione venezuelani hanno recentemente unito le forze per chiedere la restituzione di quel oro, necessario persino per la ricostruzione dopo il terremoto. Ma l’Europa, che ha tanto tuonato contro il “saccheggio” delle risorse ucraine da parte russa, tace di fronte a un furto conclamato.
Questa vicenda assume contorni particolarmente dolorosi per l’Italia, perché il Venezuela è stato costruito in larga parte da emigrati italiani. Milioni di italiani furono costretti a lasciare l’Italia che non offriva opportunità, per andare in Venezuela dove costruirono il Paese. Oggi si vedono depredati della loro sovranità e delle loro risorse, e molti italo-venezuelani sono costretti a fuggire. L’UE, che tuona contro la Russia, tace di fronte all’aggressione americana e al saccheggio delle risorse venezuelane.
Questa doppia morale non è solo un tradimento dei principi che l’Europa dice di difendere: è un tradimento concreto verso milioni di italo-venezuelani che hanno costruito il Venezuela con il loro sacrificio e il loro lavoro e che oggi si vedono depredati di tutto. Carlo Calenda e Pina Picierno, con le loro posizioni selettive, incarnano questa contraddizione. La loro difesa della sovranità ucraina è encomiabile, ma non può essere invocata a giorni alterni. Finché l’Europa continuerà a chiudere gli occhi davanti alle aggressioni dei suoi alleati, la sua pretesa superiorità morale resterà ciò che è: una finzione.

