Non c’è affatto da essere Allegri. Il riferimento al tecnico azzurro è voluto, perché il successo per 1-0 contro il Bologna restituisce al Napoli tre punti preziosi, ma non cancella le perplessità sulla qualità del gioco. A decidere la partita è stato Stanislav Lobotka, uno dei marcatori meno prevedibili, con un gol pesantissimo per la classifica e soprattutto per il morale.
Una vittoria che assomiglia però più a un brodino caldo che alla guarigione definitiva. Dopo tre sconfitte consecutive era fondamentale tornare a vincere e sotto questo aspetto il Napoli ha centrato l’obiettivo. Ma se nelle precedenti battute d’arresto si potevano trovare attenuanti legate alla forza degli avversari, agli episodi e a qualche circostanza sfavorevole, questa volta diventa molto più difficile nascondere il problema principale: il Napoli continua a giocare male.
La squadra di Massimiliano Allegri fatica soprattutto nella costruzione. Il pallone viaggia lentamente, i giocatori aspettano spesso la sfera sui piedi e mancano continuità nel pressing, riaggressione immediata e occupazione aggressiva dell’ultimo terzo di campo. Troppo frequentemente l’azione sembra affidata all’iniziativa individuale piuttosto che a meccanismi collettivi riconoscibili.
Il primo tempo contro il Bologna ne è stato una dimostrazione evidente. Il Napoli ha prodotto alcune opportunità nella fase iniziale, con Højlund e De Bruyne tra i protagonisti delle azioni più interessanti, ma dopo una ventina di minuti il ritmo è progressivamente diminuito. La manovra è diventata prevedibile e il possesso non si è trasformato in una pressione realmente continua sulla difesa avversaria.
E proprio la prestazione del Bologna rende ancora più evidente il limite mostrato dagli azzurri. La formazione emiliana ha costruito pochissimo e per lunghi tratti si è limitata a contenere. In una partita nella quale l’avversario concede così poco sul piano offensivo, una squadra con le ambizioni del Napoli dovrebbe riuscire a prendere il controllo, aumentare il ritmo e mettere rapidamente al sicuro il risultato.
Invece si è arrivati ancora una volta a vivere sul filo dell’1-0, con tutti i rischi che comporta. Basta una deviazione, una palla inattiva o un errore individuale per trasformare una vittoria meritata in un pareggio difficilmente digeribile. È questo uno degli aspetti sui quali Allegri dovrà riflettere maggiormente.
Qualcosa è cambiato nella ripresa, soprattutto grazie agli uomini entrati dalla panchina. Favasuli ha portato sulla fascia destra ciò che era mancato fino a quel momento: corsa, aggressività, profondità e capacità di puntare l’avversario. Il suo ingresso ha cambiato il ritmo su quel lato del campo e proprio dalla sua iniziativa è nata l’azione che ha permesso a Lobotka di trovare il gol decisivo.
Anche sulla corsia opposta il Napoli ha guadagnato maggiore vivacità. È la dimostrazione che questa squadra, quando aumenta velocità e intensità, possiede uomini capaci di mettere in difficoltà gli avversari. Il problema è riuscire a farlo per novanta minuti e soprattutto trasformarlo in un’identità collettiva.
De Bruyne continua ad alternare momenti nei quali la sua enorme qualità emerge chiaramente ad altri nei quali commette errori tecnici insoliti per un calciatore del suo livello. Resta però uno dei pochi giocatori capaci di inventare una soluzione diversa e di vedere una linea di passaggio che altri non riescono a trovare.
Højlund, con il trascorrere dei minuti, stava invece riuscendo progressivamente a prendere le misure ai centrali del Bologna. La sua uscita ha lasciato spazio a Lucca, che ha portato fisicità e combattività senza però riuscire a trasformare in occasioni realmente pericolose alcuni palloni potenzialmente importanti. Per un centravanti chiamato a rappresentare un’alternativa offensiva servono maggiore lucidità e capacità di incidere negli ultimi metri.

Tra le note positive c’è ancora Rafa Marín. Non sarà un difensore perfetto e conserva limiti evidenti, soprattutto nella gestione tecnica del pallone, ma sta acquisendo sicurezza e continuità. È un elemento importante in una fase nella quale Allegri continua a cercare l’assetto definitivo della propria retroguardia.
Il punto, tuttavia, va oltre le prestazioni dei singoli. Il problema riguarda l’identità del Napoli. Questa squadra vuole aspettare l’avversario oppure comandare la partita? Vuole difendere nella propria metà campo oppure recuperare il pallone venti o trenta metri più avanti? Vuole affidarsi alla qualità individuale oppure costruire automatismi capaci di liberare quella qualità?
Contro il Bologna si è visto troppo spesso un Napoli disposto ad abbassarsi anche quando non sembrava necessario. Una scelta rischiosa perché lascia la partita aperta fino all’ultimo secondo. Vincere 1-0 porta esattamente gli stessi tre punti di un successo più largo, ma costruire sistematicamente partite sul minimo vantaggio significa accettare che un singolo episodio possa cancellare tutto.
Ed è qui che il successo diventa quasi paradossalmente più utile per giudicare Allegri rispetto alle sconfitte precedenti. Quando si perde contro avversari importanti è possibile discutere degli episodi, delle assenze e degli errori individuali. Quando si vince contro una squadra che produce pochissimo, invece, rimane davanti agli occhi soprattutto la qualità della prestazione.
Il Napoli porta a casa tre punti fondamentali e interrompe la serie negativa. Era indispensabile farlo. Ma pensare che l’1-0 abbia risolto i problemi sarebbe probabilmente l’errore più grande.

Adesso arriva Firenze e la difficoltà aumenterà. La Fiorentina rappresenterà un banco di prova differente e il Napoli avrà bisogno di qualcosa in più del semplice controllo del risultato. Poi arriveranno altri impegni di campionato e la Champions, con la trasferta di Villarreal a rendere ancora più delicata questa fase della stagione.
Allegri ha dunque ottenuto ciò che gli serviva nell’immediato: la vittoria. Ora deve ottenere ciò che serve davvero al Napoli: un gioco.
Perché il corto muso può salvare una serata, può regalare tre punti e può perfino rilanciare una classifica. Ma se diventa l’unico progetto possibile, prima o poi il conto arriva.

