Negli ultimi mesi, il mondo è stato testimone di una tragedia umanitaria di proporzioni inimmaginabili nella Striscia di Gaza. Le immagini di bambini estratti dalle macerie, di ospedali bombardati, di intere famiglie cancellate dai registri anagrafici hanno fatto il giro del pianeta, suscitando orrore e condanna in gran parte dell’opinione pubblica globale. Eppure, di fronte a tutto questo, le principali potenze occidentali hanno scelto una strada che difficilmente potrà essere dimenticata: quella della complicità, dell’omissione e del sostegno politico e militare a chi conduce questa operazione militare.
La credibilità morale dell’Occidente, costruita in decenni di predicazione sui diritti umani, sullo stato di diritto e sulla protezione dei civili, è oggi in frantumi. E le macerie non sono solo quelle di Gaza: sono quelle di un intero sistema di valori che l’Occidente ha sempre rivendicato come proprio fondamento identitario.
Per decenni, le nazioni occidentali hanno presentato se stesse come baluardo della civiltà giuridica internazionale, come custodi di un ordine basato su regole condivise, come difensori dei più deboli. Le guerre in Iraq, in Afghanistan, in Libia, sono state giustificate – a torto o a ragione – con la retorica della protezione dei civili, della democrazia, dei diritti umani. Oggi, quella stessa retorica si rivela per ciò che molti nel Sud del mondo avevano sempre sospettato: uno strumento di potere, non un principio universale.
Quando Israele ha iniziato la sua offensiva su Gaza dopo gli attacchi del 7 ottobre, la reazione occidentale è stata immediata e univoca: sostegno incondizionato. Nessuna condanna proporzionata per le uccisioni di massa di civili palestinesi. Nessuna richiesta seria di cessate il fuoco immediato. Nessuna conseguenza diplomatica o economica per la distruzione sistematica di infrastrutture civili, scuole, università, ospedali, chiese e moschee. Al contrario: invio di armi, copertura diplomatica alle Nazioni Unite, veti incrociati per impedire risoluzioni vincolanti.
Una linea rossa mai valicata prima
È qui che si consuma la frattura più profonda, quella che segna un prima e un dopo nella storia della coscienza umana. Per la prima volta nell’era moderna, i civili non sono vittime collaterali del confronto fra due eserciti, come accade – pur nella sua immane tragedia – nella guerra fra Russia e Ucraina, dove i bombardamenti colpiscono anche le città ma nel contesto di un conflitto convenzionale fra forze armate. A Gaza assistiamo a qualcosa di radicalmente diverso: lo sterminio deliberato e sistematico di civili inermi, eseguito con meticolosa pianificazione da uno degli eserciti meglio armati e tecnologicamente avanzati al mondo.
Non si tratta di “danni collaterali”, di “errori di intelligence” o di “scudi umani” – formule vuote che la propaganda ha logorato fino all’indecenza. Si tratta di una popolazione intrappolata, privata di acqua, cibo, elettricità, cure mediche, vie di fuga, sottoposta a un blocco totale e a un bombardamento incessante che non risparmia zone residenziali, campi profughi, strutture delle Nazioni Unite, ambulanze, giornalisti, operatori umanitari, medici, insegnanti, bambini.
Questa è una linea rossa che mai prima d’ora era stata valicata con tale sistematicità e con tale livello di distruzione in rapporto alla dimensione del territorio e alla densità della popolazione. Non è una guerra: è una punizione collettiva, un’operazione di annientamento di una società civile. E l’Occidente non solo lo ha permesso, ma lo ha armato, finanziato e difeso nelle sedi internazionali.
Il messaggio che è arrivato al resto del mondo è chiaro: per l’Occidente, alcune vite valgono più di altre. I civili israeliani meritano lutto, solidarietà e giustizia; i civili palestinesi meritano, nella migliore delle ipotesi, un appello generico alla “moderazione” e alla “proporzionalità”, mentre vengono rifornite le armi che li uccidono.
Questa doppia morale non è passata inosservata. In Africa, in America Latina, in Asia, in gran parte del mondo arabo e musulmano, ma anche in ampi settori delle società occidentali stesse, la percezione è ormai consolidata: l’Occidente predica bene e razzola male. Le sue lezioni di moralità internazionale non hanno più alcun valore, perché i fatti le smentiscono quotidianamente.
Il danno alla credibilità occidentale non è solo reputazionale: è strutturale. Le istituzioni internazionali create dopo la Seconda guerra mondiale – le Nazioni Unite, i tribunali internazionali, le convenzioni sui diritti umani – sono state svuotate di significato proprio da chi le ha fondate. Se le regole valgono solo quando convengono, allora non sono regole: sono strumenti di dominio. E il mondo intero lo ha capito.
Le conseguenze di questo crollo saranno profonde e durature. I paesi emergenti, i movimenti sociali, le opinioni pubbliche globali guarderanno sempre più altrove per trovare riferimenti morali e politici. La Cina, la Russia, ma anche attori regionali come il Sudafrica, il Brasile, la Turchia o l’Iran, potranno presentarsi – con vari gradi di credibilità – come alternative a un Occidente percepito come ipocrita e complice di crimini di guerra.
Non si tratta di stabilire qui se questa percezione sia giusta o meno. Si tratta di constatare un fatto politico: la credibilità non è un dato oggettivo, ma una risorsa simbolica che si accumula o si dissipa attraverso le azioni. E l’Occidente, con la sua condotta a Gaza, ha dissipato un capitale morale accumulato in decenni.
C’è chi dirà che la politica internazionale non si fa con la morale, ma con gli interessi. Ma anche questa è una forma di cecità: la credibilità morale è un interesse strategico. Senza di essa, le alleanze si indeboliscono, le sanzioni perdono efficacia, le condanne suonano vuote, le leadership si sgretolano. Un Occidente che rinuncia ai propri valori – o che li applica in modo selettivo – non è solo immorale: è anche più debole.
Gaza è diventata il simbolo di questa bancarotta. E come tutte le bancarotte, non si risolve con dichiarazioni di circostanza o con qualche aiuto umanitario tardivo. Si risolve solo con un cambio radicale di rotta: con la fine della complicità, con il riconoscimento pieno dei diritti del popolo palestinese, con il rispetto del diritto internazionale anche quando scomodo, con la coerenza tra ciò che si predica e ciò che si pratica.
Fino a quando questo non accadrà, l’Occidente continuerà a parlare di diritti umani, ma il mondo non lo ascolterà più. E forse, per la prima volta nella storia recente, avrà ragione a non farlo.

