Nel 2026, tra i debutti più osservati sul palco dell’Festival di Sanremo, c’è quello di Sayf con il brano Tu mi piaci tanto. Per l’artista genovese – all’anagrafe Adam Viacava – non si tratta soltanto di una prima volta all’Ariston, ma di un passaggio simbolico: l’approdo nel cuore della tradizione musicale italiana di un percorso nato ai margini, tra studio, lavori precari e cultura urban.
Nato nel 1999 a Genova da madre tunisina e padre italiano, Sayf cresce in un contesto identitario plurale che diventa matrice della sua scrittura. La formazione musicale inizia con la tromba, disciplina e struttura, ma trova nel rap il linguaggio più adatto per raccontare la realtà. Prima le esperienze con il collettivo Genovarabe, poi i lavori da panettiere e cameriere stagionale per finanziare le sessioni in studio: un apprendistato umano oltre che artistico.
La prima svolta arriva nel 2025 con l’EP Se Dio vuole, realizzato con i produttori Dibla e Jiz, già legati alla scena genovese di Tedua e Bresh. Il progetto consolida un’identità sonora ibrida, capace di fondere introspezione cantautorale e ritmo urbano. Poi l’esposizione nazionale: la collaborazione con Marco Mengoni e Rkomi nel singolo “Sto bene al mare” amplia il pubblico, mentre il Santissima Fest – ideato dallo stesso Sayf e ospitato al Porto Antico di Genova – lo accredita come figura attiva nella costruzione di spazi culturali, non solo come interprete.
Un brano leggero solo in superficie
“Tu mi piaci tanto”, scritta da Sayf e prodotta da Luca Di Blasi (Dibla) e Giorgio De Lauri (Jiz), si presenta come un brano immediato, fresco, radiofonico. Ma il testo lavora per stratificazioni. Il titolo richiama una dimensione sentimentale quasi ingenua, mentre le strofe allargano lo sguardo al Paese. L’Italia evocata non è retorica né celebrativa: è un mosaico di simboli, contraddizioni e memorie condivise.
Il riferimento all’“azione di Cannavaro” richiama l’epica calcistica di Fabio Cannavaro, immagine di orgoglio collettivo. L’eco della frase “L’Italia è il Paese che amo” rimanda a Silvio Berlusconi, citazione che nel contesto del brano assume una sfumatura ambivalente, tra ironia e consapevolezza storica. La memoria culturale si fa più intima con Luigi Tenco – presenza inevitabile nella narrazione sanremese – e con Adriano Celentano, emblema di una tradizione popolare e trasversale.
La leggerezza come strategia
Nella seconda parte del testo il tono si fa più riflessivo. L’immagine del “fiore su una camionetta” accosta la delicatezza dell’espressione artistica alla durezza della gestione dell’ordine pubblico. La “canzonetta” diventa così atto politico nel senso più ampio: non propaganda, ma gesto di esposizione. Il timore “di venir capito” traduce l’insicurezza di una generazione in tirocinio permanente – lavorativo, affettivo, sociale – sospesa tra desiderio di cambiamento e paura di esporsi.
Il verso “Se ci armate, noi non partiamo” introduce una presa di posizione netta contro ogni retorica bellicista, ribadendo un’idea di cittadinanza attiva ma non aggressiva. È una dichiarazione che parla a un pubblico giovane, ma che interroga anche quello adulto, chiamato a riconoscere le proprie responsabilità storiche.
Non siamo davanti a un brano di denuncia tradizionale, né a un semplice pezzo pop. “Tu mi piaci tanto” utilizza la leggerezza come strategia: invita all’ascolto con un refrain immediato, poi inserisce elementi che chiedono attenzione. L’operazione è sottile, quasi pedagogica. Sayf sembra suggerire che l’amore – per una persona, per un figlio futuro, per il proprio Paese – non possa essere ingenuo, ma debba attraversare la consapevolezza delle crepe.
Il debutto a Sanremo rappresenta dunque non solo una consacrazione mediatica, ma il confronto tra una nuova voce e il canone della canzone italiana. In questo dialogo tra tradizione e contemporaneità, tra rap e memoria cantautorale, Sayf tenta un equilibrio complesso: raccontare l’Italia senza mitizzarla, criticarla senza rinnegarla. E farlo con un linguaggio che unisce, invece di dividere.


