sabato, Maggio 30, 2026
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Il British Council dice bye bye a Napoli?

L’Ente britannico per le relazioni culturali annuncia un centinaio di licenziamenti nelle sue sedi italiane.

Correva l’anno 1951, era precisamente il 28 novembre, quando la Repubblica italiana ed il Regno Unito di Gran Bretagna ed Irlanda del Nord, stipularono un accordo per le relazioni culturali. L’accordo, poi ratificato dalla legge n. 124 del 25 febbraio 1953, aveva lo «scopo di favorire nei loro rispettivi Paesi, attraverso amichevoli scambi e cooperazione, la conoscenza e la comprensione più complete che sia possibile delle attività intellettuali, artistiche e scientifiche, nonché della vita dell’altro Paese». Da allora, generazioni e generazioni di italiani hanno conosciuto la cultura britannica e studiato la lingua inglese attraverso il British Council, diffuso in tutto il mondo.

Il British Council è stato presente nelle principali città italiane: Roma, nella sede storica di via delle Quattro Fontane, Milano, nella centralissima via Manzoni, Bologna, Torino e Napoli, con ben due sedi, una a via Crispi, nel quartiere Chiaia, ed una a via Morghen, nel quartiere Vomero, dove, oltre alla scuola di lingue, c’era una biblioteca distaccata. Ora, il British Council è rimasto solo a Roma e a Milano, in alcune sedi in appoggio, nonché a Napoli, nella sede al Vomero.

Lo scorso 11 marzo, British Council in Italia ha inviato comunicazione formale per l’apertura di una procedura di licenziamento collettivo che prevederebbe la soppressione di 108 posti di lavoro su 130, cancellando di fatto la presenza dell’Ente in Italia. Per questa ragione, è stato fatto uno sciopero di tutto il personale il 21 maggio ed è stato proclamato un secondo sciopero per il 4 giugno, a piazza Santi Apostoli. Se è vero che il British Council sta attraversando una crisi finanziaria in tutto il mondo e che, già nel 2025, aveva annunciato la chiusura di 35 sedi sparse per il globo, l’atteggiamento della dirigenza lascia l’amaro in bocca a docenti e studenti.

Secondo la Federazione Lavoratori della Conoscenza (FLC) CGIL, «da una lettura della documentazione emerge il tentativo di mascherare una scelta politica dietro una supposta crisi aziendale. Rigettiamo questa rappresentazione. La cessazione delle attività di British Council in Italia, che è parte di una più ampia serie di chiusure di sedi in altre nazioni, è una decisione del governo britannico. Non si tratta di una crisi aziendale, perché l’Istituto non nasce come attività economica e opera da sempre in regime fiscale agevolato. È piuttosto il tradimento di un accordo tra il nostro governo ed il governo inglese che causerà non solo la perdita dei posti di lavoro, ma anche l’interruzione della collaborazione culturale con aziende e istituzioni italiane».

Alla richiesta fatta all’Istituto dalle rappresentanze sindacali, in un incontro a Roma con i suoi vertici italiani, di ritirare la procedura di licenziamento collettivo, l’Ente ha risposto picche. Secondo la FLC CGIL, da una lettura della documentazione emerge il tentativo di mascherare una scelta politica del governo inglese dietro una supposta crisi aziendale, rappresentazione rigettata dalla FLC CGIL e dalle lavoratrici e i lavoratori. Nel corso degli anni, il British Council ha intrapreso un percorso di riduzione delle sue attività, a partire dall’esternalizzazione del servizio esami, fino ai contratti part-time per i docenti.

Lavoratori del British Council in sciopero il 21 maggio 2026.

Il Nuovo giornale dei napoletani è riuscito ad incontrare alcuni lavoratori, che hanno preferito mantenere l’anonimato. Dalle loro parole, emerge l’amarezza per una situazione mal gestita dal management del British Council, nonché l’emozione per un capitolo della loro vita che sembra inesorabilmente destinato a chiudersi. Infatti, secondo gli insegnati intervistati, «lo studio della lingua inglese riscuote ancora molto interesse; oltre che essere una necessità per il mercato del lavoro è anche un piacere culturale». Essere insegnante al British Council, poi, «per molti rappresentava il coronamento di una carriera come docente, per alcuni la realizzazione di un sogno».

D’altronde, «se è vero che c’è stata una diminuzione degli iscritti ai corsi di lingua inglese e un aumento dei costi, questo è dovuto a delle scelte manageriali e di marketing sbagliate». Infatti, un docente rivela che «alcune proposte fatte da chi incontra gli studenti quotidianamente non sono state mai prese in considerazione». Ciononostante, «stiamo ricevendo una solidarietà da parte dei nostri studenti napoletani che ci ha enormemente colpito», a dimostrazione del fatto che, «evidentemente, il nostro metodo di insegnamento continua ad essere apprezzato».

Infine, se è vero che alcuni docenti potranno lasciare l’Italia per cercare altre opportunità altrove, è altrettanto vero che «molti insegnanti hanno messo radici a Napoli, hanno legami familiari e amicali che non possono portare altrove». Del resto, «con i licenziamenti si spezzeranno i legami tra noi insegnanti, legami che, lavorando da anni fianco a fianco, con passione e dedizione, hanno superato quelli professionali, essendo ormai una grande famiglia».

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