Oggi incontriamo Francesco Carignani, figura poliedrica che, tra ricerca accademica e consulenza professionale, si dedica alla valorizzazione e divulgazione del patrimonio culturale italiano, in particolare napoletano. Parleremo del suo nuovo documentario, ”La Napoli di Stefania Filo Speziale”. Come è nata l’idea di dedicarlo a questa figura? Chi era e qual è stata la scintilla?
Mi affascinava raccontare una figura cruciale di quel periodo storico, che ancora oggi non ha ricevuto sufficiente attenzione. Stefania Filo Speziale è stata una donna straordinaria e da record: prima laureata in Architettura a Napoli, prima docente donna di Architettura in Italia, autrice di palazzi magnifici. Ha progettato il Metropolitan, il cinema più grande d’Europa con 3.000 posti, un progetto all’avanguardia che le diede fama internazionale. Poi ebbe la fortuna o la sfortuna di vincere il bando per il primo grattacielo del Sud Italia, a cui partecipavano i più importanti architetti napoletani. Quel progetto la fece condannare agli occhi della città, perché il grattacielo divenne simbolo della speculazione edilizia.
Qual è stato il suo approccio nel raccontare il rapporto tra l’architetta e la città? Napoli è protagonista alla pari o solo sfondo?
Nei miei documentari Napoli è sempre coprotagonista: racconto un personaggio e il contesto storico in cui si muove. Non potevamo tralasciare ciò che accadeva a Napoli tra gli anni Cinquanta e Settanta, un periodo cruciale, con cambiamenti epocali e una speculazione edilizia molto violenta che modificò un tessuto urbanistico durato secoli. Raccontiamo anche le cose positive di quegli anni, ma senza giudicare: raccontiamo oggettivamente un periodo critico, vissuto da tutti. Oggi è complicato stabilire di chi fosse la colpa, tra politici e costruttori; la speculazione coinvolse tutta la città, portando un forte benessere economico, ma senza piena consapevolezza di ciò che si stava perdendo.
Lei ha una formazione americana e ha realizzato documentari su importanti figure napoletane, dalla famiglia Mele alla Mostra d’Oltremare. Che sguardo o metodo di lavoro le ha trasmesso questa formazione?
Ho studiato produzione e regia alla University of Southern California a Los Angeles, dove ho vissuto quasi due anni. A questo si aggiungono esperienze in Italia, soprattutto workshop di sceneggiatura con maestri del cinema classico americano. Il documentario non è un film, ma richiede processi narrativi e meccanismi per mantenere l’attenzione, oltre al ritmo del montaggio. Ho imparato a dosare, a immedesimarmi e a empatizzare con lo spettatore, capendo cosa interessa di più e su cosa insistere. Negli Stati Uniti ho anche lavorato in produzione e letto molte sceneggiature: mi spiegarono che si legge la prima pagina per capire se vale, poi si arriva a pagina 15 per decidere se continuare o scartare. Un metodo estremo, ma che insegna quanto lo spettatore debba essere catturato subito.
L’ho verificato guardando i suoi documentari precedenti. Torniamo al nuovo documentario: Stefania Filo Speziale è una figura di primati. Può riassumere le opere principali? Nel 1932, all’inizio della Mostra d’Oltremare, quali padiglioni progettò?

Come primo lavoro collabora con Marcello Canino al piano della Mostra d’Oltremare; nel 1937 progetta cinque padiglioni – tra cui lavoro, legno e pesca – e l’ingresso principale nord. Erano opere di grande prestigio, con uno stile internazionale distante da quello propagandistico dell’epoca. Purtroppo quel settore fu distrutto durante la Seconda Guerra Mondiale e mai ricostruito com’era: ne restano solo le fotografie.
Dopo la Mostra si dedica molto alle case popolari a Capodichino e Bagnoli; resta il rione vicino all’Hotel San Germano, attento al verde, al paesaggio e alla varietà delle case, perché potessero godere di una bella vista. Un altro crocevia è il cinema-teatro Metropolitan (1946-1948): durante la guerra si era rifugiata nelle grotte di Palazzo Cellammare e, finita la guerra, le trasformò in uno dei cinema più grandi del mondo, con 3.000 posti su tre ordini. Da lì arrivarono le committenze dell’alta borghesia napoletana, con palazzi e condomini a via Petrarca.
Altro crocevia: nel 1954 vince, con fortuna o sfortuna, il bando per il primo grattacielo del Sud Italia, il grattacielo di via Medina, noto come Jolly Hotel, oggi NH Hotel. I lavori terminano nel 1958. Nel frattempo progetta altri edifici, tra cui una palazzina a Parco Grifeo e complessi residenziali a via Petrarca. Già prima della fine dei lavori la città era polarizzata: un’architettura molto divisiva. Oggi è cambiata molto, per modifiche esterne e interne, quindi non possiamo giudicare il progetto originario. La scelta del luogo, al centro della città, fu infelice: lì doveva nascere la *city* napoletana, con grattacieli e centro degli affari; non accadde, e il centro direzionale fu poi spostato ai margini. Resta un edificio spropositato, visibile e penalizzante per il panorama: da un lato tentativo di modernizzare e internazionalizzare Napoli, dall’altro simbolo della speculazione edilizia di quegli anni. Dopo questo progetto si dedicò molto all’accademia e fu progressivamente messa da parte.
Come mai è stata dimenticata fino a tempi recenti, nonostante il suo valore? Qual è stato il motivo di questo oblio?
C’è stata una vera e propria dannazione della memoria. Il professor Alessandro Castagnaro racconta nel documentario che, avendo citato le architetture di Filo Speziale nella tesi di dottorato, fu avvicinato da docenti anziani che gli chiesero di rimuoverle. Da un lato il mondo accademico condannò il grattacielo; dall’altro fu ampiamente partecipe della speculazione edilizia. Escluso il grattacielo, le architetture di Filo Speziale erano di grande qualità. Probabilmente scattò anche l’invidia di molti colleghi uomini che avevano provato a vincere quel concorso e non c’erano riusciti, forse anche perché lei era donna.
Cosa spera che il pubblico, soprattutto i giovani che non la conoscono, porti a casa dopo il documentario?
Spero in una maggiore consapevolezza delle architetture del Novecento. In quegli anni si fecero cose orribili e si deturpò il paesaggio, ma anche architetture pregevoli. Poiché sono recenti, le diamo per scontate e pensiamo che non servano tutela e valorizzazione: è un errore. Napoli ha molto anche nel Novecento; altrove simili opere sarebbero tra le più belle della città. Avere tanto non è un motivo per non tutelarle.
Tornando alla sua carriera, quali sono i progetti futuri?
Ci sono due o tre documentari in cantiere, ma non posso ancora parlarne. Posso dire che a fine novembre uscirà la seconda stagione del podcast su Spotify ”Architetture di Napoli” (palazzi e chiese). Nella prima stagione avevamo raccontato 18 edifici; faremo lo stesso nella seconda, tra ville, palazzi, chiese e complessi come la Mostra d’Oltremare. Sarà una panoramica divulgativa, non scientifica, per raccontare al grande pubblico le bellezze di Napoli, dall’architettura barocca a quella del dopoguerra.


