giovedì, Aprile 2, 2026
spot_img
HomeIntervistaFrancesco Carignani: raccontare la Mostra per immaginare il futuro di Napoli

Francesco Carignani: raccontare la Mostra per immaginare il futuro di Napoli

Francesco Carignani di Novoli è un regista italiano nato a Napoli. È il capo della delegazione del FAI (Fondo Nazionale Italiano) a Napoli e membro della Royal Society of Arts.

Buongiorno a tutti i nostri ascoltatori. Oggi abbiamo il piacere di incontrare il regista Francesco Carignani, autore di numerosi documentari di grande interesse sulla storia di Napoli, tra cui ricordiamo I Magazzini Mele.
Di recente ha realizzato un documentario dedicato alla Mostra d’Oltremare, intitolato La nuova Napoli.
La prima domanda che voglio porle, dottor Carignani, riguarda proprio il titolo: non si limita a raccontare un luogo, ma celebra un’idea.
Cosa l’ha colpita dell’idea originaria degli anni ’30, quella di immaginare una “nuova Napoli”?

Buonasera a tutti. Il documentario celebra un progetto urbanistico: non solo la Mostra d’Oltremare, ma l’idea di sviluppo della città che le stava dietro.
La Mostra nasce con un progetto molto più ampio rispetto a ciò che conosciamo oggi: doveva collegare una serie di attrattori importanti , le Terme di Agnano, lo Stadio, l’Ippodromo e poi lo Sferisterio.
L’obiettivo era sviluppare una nuova parte della città, un territorio allora ancora in formazione, puntando su turismo e cultura.
La presenza di reperti archeologici e la vicinanza con Pozzuoli, Cuma e i Campi Flegrei resero Fuorigrotta il luogo ideale per questo grande progetto.
Il documentario oscilla tra la Mostra come polo espositivo e come quartiere vero e proprio. È stato difficile restituire questa doppia identità?
Sì, assolutamente. Oggi facciamo fatica a immaginare che l’idea originaria fosse quella di uno spazio urbano aperto, con strade sempre percorribili: un vero quartiere culturale attorno al quale far crescere la città.
Era un progetto con una forte componente propagandistica — nasce in pieno regime fascista — volto a glorificare il rapporto con le colonie.
Con la fine della guerra queste idee diventano anacronistiche, e infatti la Mostra vive pochissimo: inaugurata nel 1940, chiude dopo un mese per lo scoppio del conflitto.
Subisce danni enormi, anche se fortunatamente molti padiglioni sono stati documentati.
Riapre nel 1952 come Mostra Triennale del Lavoro Italiano nel Mondo, iniziando così una seconda vita che arriva fino a oggi
Cosa l’ha spinta, oggi, a realizzare questo documentario? Sentiva un’urgenza contemporanea nel raccontare la storia e il valore della Mostra?
Sì. Mi affascinava l’idea urbanistica alla base del progetto e mi incuriosiva il fatto che molti padiglioni, bellissimi, siano praticamente sconosciuti ai napoletani.
Oggi è visitabile solo un terzo della Mostra: molte strutture sono in stato di abbandono e degrado.

È un vero peccato. Non esistono progetti per recuperare queste aree?

Alcuni padiglioni sono difficili da recuperare: di alcuni restano solo le pareti, altri sono vuoti, vandalizzati, con alberi cresciuti all’interno.
Ma altre strutture potrebbero essere salvate, e secondo me varrebbe la pena avviare un grande progetto di riqualificazione.

Il problema è che la superficie è enorme.

Quindi servirebbe un investimento importante?
Molto importante. A mio avviso dovrebbe arrivare dal governo, perché Comune e Regione non hanno la forza economica per un intervento di questa scala.
Una volta recuperata, la Mostra sarebbe un attrattore di livello nazionale.
Non rientra nei progetti del PNRR?
Qualcosa sì, ma non tutto è andato come previsto.
Alcuni interventi dovrebbero arrivare in vista della Coppa America, ma sono comunque parziali rispetto alle reali necessità.

Tornando all’epoca fascista: come ha sintetizzato il razionalismo architettonico del regime con lo stile mediterraneo della Mostra?
La Mostra è affascinante proprio perché riesce a condensare molti elementi.
Da un lato il razionalismo fascista, evidente in vari edifici come il Teatro Mediterraneo.
Dall’altro una componente storica, come il padiglione delle Repubbliche Marinare o la ricostruzione delle gale veneziane.
E poi la parte esotica dedicata alle colonie: il Castello di Gondar, il laghetto di Fasilides
Era quasi un parco tematico ante litteram: architettura contemporanea, richiami storici, elementi esotici

E non dimentichiamo lo zoo, che per l’epoca era straordinario: le gabbie dei leoni progettate da Piccinini, con un fossato moderno che eliminava le sbarre. Doveva lasciare senza fiato.
Nel documentario illustra tutti questi aspetti, spesso poco conosciuti.
La Mostra ha vissuto momenti di gloria e periodi di abbandono.
Oggi che atmosfera si respira? Siamo in una fase di rivalutazione?

Ci sarebbe una fase di rivalutazione.
C’è consapevolezza di ciò che la Mostra è stata, ma soprattutto di ciò che potrebbe essere.

Ospita già il più grande evento del Sud Italia, il Comicon, con 187.000 presenze in quattro giorni.

Ma questo è solo un assaggio del suo potenziale.

Dal 1952 a oggi si è un po’ sopravvissuti grazie a fiere e congressi.
Negli ultimi anni la gestione è migliorata, ma ora non basta più sopravvivere: bisogna recuperare i pezzi perduti, altrimenti rischiano di sparire per sempre.
La Mostra nasceva anche per raccontare le culture del Mediterraneo.
Non crede che oggi, con Napoli al centro del Mediterraneo, questa funzione di incontro possa tornare centrale?

Sì. Da un lato si recupererebbero elementi originari del progetto, come il patrimonio botanico, ricco di piante mediterranee.

Dall’altro la concezione sarebbe diversa: non più propaganda, ma un messaggio di dialogo e pace tra culture mediterranee, di cui oggi c’è grande bisogno.
Sarebbe un modo attuale e utile di reinterpretare la vocazione della Mostra.
Ultima domanda: cosa resta allo spettatore dopo aver visto il film?
Nostalgia per un passato incompiuto o voglia di riscoprire la città?

Credo resti un po’ di rabbia

La Mostra è un patrimonio enorme, con edifici ancora bellissimi ma lasciati al degrado.Molti spettatori finiscono il documentario con la sensazione che sia urgente recuperare, anche poco alla volta, ciò che resta, restituendo alla città spazi vivi e utilizzabili.
Per chi volesse vedere il documentario, dove sarà disponibile?
Sulle mie pagine social annunceremo le prossime proiezioni.
Dopo l’estate sarà disponibile gratuitamente su YouTube.

  • Chi e’ Francesco Carignani

Francesco Carignani di Novoli è un regista italiano nato a Napoli. È il capo della delegazione del FAI (Fondo Nazionale Italiano) a Napoli e membro della Royal Society of Arts. Nel 2006, si è laureato con una tesi sul famoso documentarista inglese Humphrey Jennings . L’anno successivo, è stato professore assistente di cinematografia documentaria del regista italiano Carlo Alberto Pinelli . Ha anche conseguito un dottorato di ricerca con particolare attenzione alla valorizzazione culturale e ai musei. A Napoli ha avuto l’opportunità di studiare sceneggiatura con diversi registi, tra cui il futuro premio Oscar, il regista italiano Paolo Sorrentino . Dopo aver lavorato a Milano e Roma come assistente su numerosi set, nel 2009 ha frequentato la University of Southern California, School of Cinematic Arts, a Los Angeles, dove ha lavorato anche nell’industria cinematografica. Ha conseguito un dottorato in Management con particolare attenzione alla gestione del patrimonio culturale e allo storytelling. Nel corso degli anni, si è specializzato nella regia e produzione di documentari e podcast indipendenti, concentrandosi su temi legati alla cultura e al patrimonio culturale.

ALTRI ARTICOLI
- Advertisment -spot_img

ULTIMI ARTICOLI