mercoledì, Febbraio 11, 2026
spot_img
HomeAttualitàLa “juta dei femminielli”: preoccupazione per il pellegrinaggio della Candelora

La “juta dei femminielli”: preoccupazione per il pellegrinaggio della Candelora

L'evento storico del 2 febbraio rischia di non essere celebrato

Ogni anno, più precisamente il 2 febbraio, coincidente con il giorno della Candelora, festa della luce che vince sulle tenebre, si celebra la “juta dei femminielli”, il pellegrinaggio secolare presso il Santuario di Montevergine. Si tratta questa di una festa particolarmente sentita dagli abitanti del posto e dalla comunità LGBTQ+ campana, alla quale prendono parte gli uomini “che vivono e sentono come donne”, e chiunque altro lo desideri. Il risultato è una grande festa dove un nutrito gruppo, ogni anno, rinnova la propria fede cattolica presentandosi in processione all’antica abbazia dove li aspetta Mamma Schiavona, colei che “tutto concede e tutto perdona”, pronta ad accoglierli.

Questa tradizione secolare ha radici profonde: si racconta che, proprio il 2 febbraio, nel 1256, due giovani omosessuali furono scoperti a baciarsi e ad amarsi. Di fronte a questo evento l’intera comunità  reagì denudando e cacciando dal paese i due innamorati, i quali furono successivamente legati ad un albero sul Monte Partenio, in modo che morissero di fame o fossero sbranati dai lupi. La Vergine, commossa dalla loro vicenda e dal loro amore, li liberò dalle catene e permise alla giovane coppia di vivere apertamente il loro sentimento di fronte ad un’intera comunità che, attestato il Miracolo, non poté far altro che accettare l’accaduto.

La Juta consiste nello scalare una ripida montagna fino a raggiungere il famosissimo Santuario di Montevergine, all’interno del quale è custodita l’icona di Mamma Schiavona. Anche il modo in cui si affronta il percorso è ricco di significati mistici e religiosi. La scalata viene infatti sostenuta in assoluto silenzio, che viene rotto una volta giunti alle scale di ingresso del Santuario: ad ogni gradino ci si ferma, con un solista che intona la proposta, mentre il coro conclude, per un totale di 23 volte, quanti sono gli scalini che sanciscono l’ingresso al Santuario. Alla fine del rito, si entra in Chiesa e dopo averla attraversata si esce dalla porta principale cantando a suon di tamburo, senza mai voltare le spalle al quadro della Madonna. Infine, si ci congeda da Mamma Schiavona intonando il seguente canto: «E statt buon Maronna mij, l’ann’ che vene turnamm’ a venì», ovvero “Stammi bene Madonna mia, il prossimo anno torneremo da te”.

Quest’anno però questo rito carico di significato religioso rischia di essere cancellato. Il motivo non è di natura ideologica, ma geologica, considerando che una frana di vaste dimensioni ha colpito il versante del Monte Partenio, rendendo inagibili le vie d’accesso principali al Santuario.

L’ipotesi che il pellegrinaggio più identitario e simbolico della comunità Queer campana possa essere annullato o drasticamente ridimensionato, rischia di aprire una frattura profonda, che va ben oltre il piano religioso.
Il timore è che l’emergenza idrogeologica diventi il pretesto per “normalizzare” o ridimensionare un evento che, per sua natura, è sempre stato dirompente e orgogliosamente fuori dagli schemi. Il malumore dell’Associazione Transessuale Napoli (ATN) è evidente, infatti in un comunicato pubblicato su instagram invita le istituzioni civili ed ecclesiastiche a non interrompere una tradizione millenaria, che attraverso riti e preghiere, celebra l’unicità e l’inclusione. La juta dei femminielli non è folklore, bensì fede vissuta, memoria condivisa e rito tramandato nel tempo.

Tuttavia la comunità è divisa: c’è chi accetta l’attesa per spirito di responsabilità e chi, invece, chiede che la celebrazione avvenga comunque a valle, nei comuni di Mercogliano o Ospedaletto d’Alpinolo, per non spezzare una continuità che dura da secoli.

ALTRI ARTICOLI
- Advertisment -spot_img

ULTIMI ARTICOLI