La forma dell’istante è una mostra che rivela come, nel lavoro di Giacomo Montanaro, il gesto non sia mai mero movimento, ma intuizione e pensiero che, in una dimensione euritmica, prendono forma e sostanza. La frammentazione delle figure, dalle fattezze quasi schermografiche, l’urgenza del segno e la rapidità esecutiva si configurano come strumenti per cogliere la transitorietà dell’immagine nel suo momento più fugace.
Il suo gesto sembra così incarnare l’istante bergsoniano, in cui il tempo – inteso come durée, flusso vissuto e continuo, e non come semplice successione meccanica di momenti – prende corpo: l’opera si manifesta e, al contempo, si dissolve nel medesimo istante.
La pratica di Montanaro si colloca in uno spazio liminale di continua tensione, in cui controllo e apertura si dilatano e si contraggono, convivendo senza mai risolversi del tutto.
Contingenza e immaginazione, da un lato, invenzione, disciplina e tecnica, dall’altro, agiscono come forze complementari: le prime spingono verso l’imprevisto, le seconde trattengono e orientano. L’immaginazione, in questo processo, non si configura come evasione, ma come dispositivo visivo capace di tradurre strutture mentali ed emozioni — persino le più intime o obliose — in forme pittoriche dense e vibranti, che si spingono oltre i confini tradizionali della
rappresentazione. È in questo spazio che gioco e tecnica si incontrano, generando un equilibrio flebile ma fertile, che invita lo spettatore a sostare in una zona intermedia: tra razionalità e stupore, tra lucidità analitica e totale abbandono percettivo.
In questa dialettica si inscrive il riferimento alla Téchne, che nell’antica Grecia indicava non una semplice abilità, ma un sapere incarnato e un principio ordinatore, in dialogo costante con la Physis, dimensione primaria e generativa del reale.
Le opere nascono proprio da questo confronto: da un lato la misura, il limite, la conoscenza del mezzo; dall’altro la spinta verso la libertà, l’accadere naturale, ciò che sfugge al pieno dominio tanto della mente quanto della mano dell’artista.
Più in generale, la ricerca di Giacomo Montanaro si sviluppa lungo un percorso coerente e radicale, segnato fin dagli esordi da una spiccata vocazione sperimentale. Nato a Torre del Greco nel 1970 e formatosi tra l’Istituto Statale d’Arte e l’Accademia di Belle Arti di Napoli, dove si diploma nel 1993 sotto l’egida dello scultore visionario Augusto Perez, Montanaro entra giovanissimo nel contesto artistico napoletano e si distingue per una pittura essenziale, capace di concentrare un’intensa carica emotiva attraverso segni minimali. Nelle prime opere la figura umana è centrale: corpi ridotti all’essenza, presenze che non descrivono ma suggeriscono, rinunciando al dettaglio per far emergere la stringente urgenza espressiva del gesto.
Questo percorso di sperimentazione trova un punto di svolta nel 2002, quando Montanaro abbandona la tela e i materiali pittorici tradizionali per confrontarsi conun supporto inusuale: la carta fotografica. Gli acidi diventano così il nuovo strumento del dipingere, introducendo nel processo una componente di rischio e irreversibilità. L’intervento è rapido, calibrato, privo di possibilità di ripensamento:
ogni gesto è definitivo e, proprio per questo, carico di responsabilità. Corpo e mente agiscono in sinergia, in un equilibrio sottile tra istinto e consapevolezza tecnica. In questo senso, l’irrevocabilità richiama la lezione deleuziana, secondo cui la creazione si fonda sulla contingenza e sul rischio, e il gesto corporeo si configura come una forma di epistemologia incarnata.
Gli acidi scorrono, tracciando arterie pulsanti sulla superficie liscia, seguendo percorsi solo in parte governabili, e danno origine a immagini che si configurano come vere e proprie mappe interiori. Le variazioni cromatiche — dai blu profondi agli azzurri cerulei, dai rossi sanguigni ai marroni terrosi — evocano abissi immaginativi, rilievi incalcolabili e spazi aperti, dove il pensiero si dissolve per poi ricomporsi tra memoria e intuizione, senza mai definire perimetri occludenti.
Sono visioni che rimandano a concezioni dello spazio interiore, scandite dal ritmo di un perpetuo, solitario e intenso flusso di coscienza. La profondità qui non è costruzione geometrica, ma esperienza sensibile, meditativa e persino viscerale, che si manifesta attraverso strutture umane intrinsecamente corporali.
Nelle opere che compongono La forma dell’istante, Montanaro assume simultaneamente il ruolo di regista, pittore, fotografo e compositore: regola le intensità, guida i flussi e determina i tempi della reazione chimica come fossero pause e accelerazioni musicali. Ne nasce un contrasto ritmico e potente: la radicalità del processo si confronta con la delicatezza dell’esito formale, la vulnerabilità tangibile delle trasparenze dialoga con l’articolazione dei perimetri
accennati e dei pieni cromatici. La veemenza potenziale del mezzo si trasforma in una scrittura visiva poetica, capace di restituire una bellezza fragile, aulica, instabile e profondamente immaginativa nella sua manifestazione più pura.
La mostra restituisce il senso di una ricerca che non si limita a ridefinire il linguaggio pittorico, ma interroga anche il tempo vissuto, l’importanza del gesto e la natura stessa dell’immagine. Offre allo spettatore un’esperienza visiva intensa e silenziosa, aperta alla contemplazione e alla scoperta di scenari inediti che si dispiegano oltre la superficie già data, in dialogo con lo stato d’animo di ciascuno,
pronti a essere vissuti.


