Di cosa parliamo davvero quando discutiamo di armi a Kyiv? Forse di un problema mal posto, che distoglie l’attenzione da una questione ben più urgente: la tenuta della nostra democrazia.
La Russia non è la minaccia che ci raccontano
Partiamo da un dato di fatto che viene sistematicamente rimosso dal dibattito pubblico: un attacco russo all’Europa occidentale è ragionevolmente improbabile. Non per bontà del Cremlino, ma per elementare aritmetica delle forze in campo.
La Russia ha un PIL paragonabile a quello dell’Argentina. Ha una popolazione anziana e in calo, attraversata da mille tensioni interne. Il suo esercito convenzionale è molto inferiore a quello della NATO nel suo complesso. L’unico punto di forza reale è l’arsenale nucleare: circa 5.000 testate e missili in gran parte non intercettabili. Un deterrente formidabile, certo, ma che serve proprio a compensare una debolezza convenzionale, non a preparare un’invasione dell’Europa.
C’è poi una questione psicologica che non possiamo ignorare. La guerra in Ucraina è percepita — a torto o a ragione — dal popolo russo come una guerra contro la NATO, cioè contro oltre trenta nazioni. Il sentimento nazionale russo, che la storia ci insegna essere profondo e resiliente, alimenta la fobia dell’accerchiamento. È un circolo vizioso: più si allarga la NATO, più la narrativa del “nemico alle porte” diventa credibile a Mosca.
Le sanzioni non hanno piegato il regime: lo hanno rafforzato
Veniamo al secondo luogo comune. Le sanzioni, le difficoltà economiche, l’isolamento internazionale: nulla di tutto questo ha prodotto rivolte o contestazioni di massa. E non perché la Russia sia un paradiso di consenso, ma perché persino la più feroce delle dittature non può nascondere del tutto il malcontento popolare — lo vediamo nell’Iran dei Pasdaran, dove le proteste riescono comunque a emergere.
In Russia no. Al contrario: la guerra ha rinvigorito il senso patriottico e rafforzato il regime. Questo dovrebbe dirci qualcosa sull’efficacia della nostra strategia, non sull’inevitabilità del conflitto.
L’Italia conta poco, e l’esito non dipende da noi
Seconda ragione per cui quello delle armi è un falso problema: l’Italia ha una posizione marginale nell’invio di armi. Non siamo noi a determinare l’esito della guerra. Anche volessimo, non avremmo il peso per farlo.
Certo, se la situazione dovesse precipitare in un conflitto nucleare in Europa, verremmo coinvolti anche noi. Ma questo rischio non si riduce né si aumenta in base alle nostre forniture militari: è il destino geopolitico di un continente, non la conseguenza delle decisioni di un singolo governo.
Verso una tregua stile Corea
Terza ragione: malgrado il bombardamento mediatico quotidiano che vuole convincerci dell’inevitabilità della guerra, è ragionevole pensare che entro uno o due anni si arriverà — se non a una pace — almeno a una tregua sul modello coreano. Le guerre finiscono quasi sempre così: non con la vittoria totale, ma con un congelamento del conflitto. Prepararsi a questo scenario è più utile che alimentare l’immaginario dello scontro finale.
Il vero rischio è in casa nostra
Ed eccoci al punto. Mentre ci dividiamo sull’invio delle armi, il rischio concreto per il nostro Paese è un altro: consegnare la prossima legislatura alla destra più becera, con Giorgia Meloni presidente del Consiglio e Vannacci — se non premier — in un ruolo comunque decisivo.
In buona sostanza, rischiamo di perdere la democrazia così come l’abbiamo conosciuta fino a oggi: meno spazi di dissenso, più controllo, una “democratura” all’ungherese. Perderemmo in patria quei valori democratici che dichiariamo di voler difendere in Ucraina.
E qui sta il paradosso finale: se il campo largo si divide, se le opposizioni si frammentano su un tema che non dipende da noi, il risultato è consegnare il Paese a chi quei valori non li difende affatto.
In conclusione il discrimine vero non è “armi sì” o “armi no”. È se sapremo tenere insieme una posizione lucida sulla guerra — che non è la nostra guerra, che non decideremo noi, che finirà con un compromesso — e una battaglia seria per la democrazia italiana. Il resto è rumore mediatico, utile a tutti tranne che a chi dovrebbe governare questo Paese con saggezza.

