giovedì, Luglio 9, 2026
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GOI, Strasburgo: sequestro senza adeguate garanzie

La Grande Camera della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha respinto il ricorso presentato dal Governo italiano, confermando in via definitiva la condanna dell’Italia per la violazione dell’articolo 8 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, che tutela il diritto al rispetto della vita privata. La decisione riguarda il sequestro degli elenchi degli iscritti al Grande Oriente d’Italia, effettuato nel marzo 2017 dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla mafia durante una perquisizione nella sede dell’associazione.

Secondo la sentenza della Corte di Strasburgo, pur riconoscendo l’ampia autonomia di cui dispongono le Commissioni parlamentari d’inchiesta nello svolgimento delle proprie funzioni, tale autonomia non può tradursi nell’assenza di controlli quando vengono adottati provvedimenti che incidono sui diritti di soggetti terzi. I giudici europei hanno ritenuto che l’ordinamento italiano non offrisse strumenti adeguati per consentire al Grande Oriente d’Italia di contestare efficacemente il sequestro dei documenti.

Nel marzo del 2017 la Commissione parlamentare antimafia, allora presieduta da Rosy Bindi, dispose una perquisizione durata circa quattordici ore presso la sede del Grande Oriente d’Italia, sequestrando 39 faldoni contenenti migliaia di schede relative agli iscritti delle regioni Calabria e Sicilia. Nel corso del procedimento il GOI aveva tentato di ottenere tutela rivolgendosi al Presidente della Camera dei Deputati, al Tribunale di Roma e al Garante per la protezione dei dati personali, senza però ottenere un rimedio ritenuto efficace.

Per la Grande Camera, l’assenza di strumenti di controllo e di garanzie procedurali nei confronti delle decisioni delle Commissioni parlamentari attribuisce a questi organismi un potere eccessivamente ampio, incompatibile con i principi dello Stato di diritto e con la separazione dei poteri. Nelle motivazioni della sentenza viene ribadito che l’autonomia parlamentare non può giustificare la totale mancanza di tutele contro possibili abusi o arbitri.

La Corte ha inoltre richiamato l’attenzione sulla conservazione della documentazione sequestrata. A quasi dieci anni dai fatti, infatti, le schede degli iscritti al Grande Oriente d’Italia risultano ancora custodite negli archivi della Commissione parlamentare senza un limite temporale definito. Anche questo aspetto è stato ritenuto non conforme ai principi della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.

Con la decisione pronunciata dalla Grande Camera viene quindi confermata la precedente condanna dell’Italia e lo Stato dovrà sostenere anche le spese processuali relative ai giudizi di primo e secondo grado.

Dopo la sentenza è intervenuto il Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia, Antonio Seminario, che ha sottolineato come l’associazione non provi soddisfazione per la condanna inflitta alla Repubblica Italiana, alla quale ha ribadito il proprio senso di appartenenza e rispetto. Seminario ha invece evidenziato il valore della pronuncia sotto il profilo della tutela dei diritti fondamentali, definendola un contributo al rafforzamento della democrazia e della giustizia nel Paese. Ha infine ringraziato il professor Vincenzo Zeno-Zencovich e gli avvocati Fabio Federico e Raffaele D’Ottavio per il lavoro svolto nella difesa davanti alla Corte di Strasburgo.

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