Arte e bellezza fra soggetto e opera d’arte attraverso alcuni autori britannici. “…La Venere di Botticelli può sembrare fuori moda. Quella di Milo non lo sarà mai”. Un’opera d’arte deve rispondere al requisito della bellezza? Il Critico:“Questa domanda, con i problemi che essa fa sorgere, non è certo nuova. Si sa che Rembrandt fu creduto, ai suoi tempi e anche dopo, un pervertito, amante del deforme e del brutto”
I critici del passato – dice Battaglia La Terra Borgese – hanno combattuto dure battaglie in nome del Realismo e dell’Idealismo in arte. I realisti furono accusati di provocazione, poiché si ispiravano, volutamente, al brutto, sia ritraendo i porri e le verruche dei loro modelli, sia mettendo ciminiere di fabbriche nei loro quadri, come fecero i paesaggisti Impressionisti, o ancora, usando un genere di pittura come quella del Vedovo di Samuel Luke Fildes, che rappresenta un lavoratore mentre imbocca un bambino nella sua povera casa e che ebbe la condanna di un critico del The Times di Londra perché secondo lui, in un’opera d’arte non si dovrebbe mai trovare posto per un paio di stivali infangati, anche se ben dipinti.
? Può dunque un brutto oggetto servire come soggetto di una bella opera d’arte
Paolo Battaglia La Terra Borgese allora, provocatoriamente, chiede se deve un’opera d’arte esprimere solo un ideale di bellezza. Se possono essere belle nello stesso modo opere d’arte differenti quali una Venere di Botticelli, una Vecchia del Velázquez, una carcassa di carne squartata del Rembrandt, una scena di fucilazione del Goya, un paio di vecchi stivali di van Gogh, un Minotauro di Picasso o un tramonto del Turner.
Dobbiamo innanzi tutto fare una distinzione – precisa Battaglia La Terra Borgese – fra soggetto e opera d’arte: un tramonto può essere bellissimo e non essere però un’opera d’arte; il tramonto è il risultato di cause naturali. Si usa definire bello il canto di un usignolo e brutto quello di un corvo. Tuttavia l’usignolo non è un animale più musicale del corvo: i due uccelli in fondo fanno la stessa cosa: cantano. È quindi puramente accidentale che noi si preferisca l’uno all’altro, dato che essi emettono il suono che la natura ha loro imposto.
Altrettanto – continua il Critico – si può dire del giudizio che diamo, nel linguaggio di ogni giorno, ammirando un albero o un paesaggio. Pur trovando che sono meravigliose opere della natura, noi non possiamo certo parlare, riferendoci ad esse, di opere d’arte, poiché l’opera d’arte deve essere, come viene definita dalla stessa parola “arte”, ossia artificio, fuori dalla natura e fatta dall’uomo.
L’opera d’arte può avere diretta origine dalla natura: un compositore può essere ispirato dal canto di un uccello, un pittore dalla vista di una bella donna. Ma l’opera d’arte può anche venire suggerita da fatti e cose apparentemente fuori della natura: un pittore disilluso dal mondo d’ogni giorno, può crearsi un suo mondo ideale. Epperò questo suo nuovo mondo, che si è andato formando, fa parte ancora della natura, come ne fa parte il pittore stesso, in quanto vive. Le linee nere orizzontali e verticali dipinte sulle tele di Piet Mondrian sono altrettanto “naturali” dei primi alberi dipinti da lui, anche se non così facilmente riconoscibili dalla nostra esperienza come quei veri alberi.
L’elemento di automatica identificazione è un fattore di grande importanza. Guardiamo per esempio la rappresentazione pittorica di un’automobile. Si può ben dire che la fotografia riprodotta da un catalogo sia realistica. Noi ci basiamo, così dicendo, sulla conoscenza che abbiamo dell’automobile, affermando che l’oggetto fotografato è lo stesso anche dalla parte che non si vede e che i lati a noi nascosti hanno identiche qualità simmetriche. Talvolta invece si può vedere, in un catalogo, un disegno eseguito da un artista che mostra l’automobile a sezioni, in modo da mostrarne parti dell’interno. Ora pur non avendo mai visto un’automobile tagliata così, se noi vogliamo scegliere bene, al momento di un acquisto, troviamo che il disegno, in questo caso, è più realistico della fotografia. Se fossimo esperti nella fabbricazione delle automobili, troveremmo allora che sono ancora più realistici i disegni degli ingegneri che ne studiano ogni singolo dettaglio tecnicamente, anche se questi, difficili alla lettura, ci richiedono un certo sforzo per capire l’opera finita.
Questi disegni sono quindi i più vicini alla realtà, in confronto con gli altri, poiché sono particolareggiati e non lasciano campo a mutazioni o ad ipotesi. Tutto vi è definito e misurato. Non lasciando niente al caso, hanno bisogno solamente di una capacità di lettura, che dipende però da una lunga preparazione ed esperienza di studio e di lavoro.
Siamo così giunti a scoprire più realistici proprio quei disegni che solo chi ha studiato può capire, con un atto di conoscenza quindi che è fondato sull’esperienza. Talvolta tutto ciò può arrivare automaticamente, come quando si guarda con la stessa facilità un albero vero e uno riprodotto in fotografia. Per imparare a riconoscere e a capire il disegno dell’ingegnere e dell’architetto dobbiamo però fare uno sforzo iniziale e seguire gli ammaestramenti di chi lo ha già imparato, prima di noi. Davanti a una persona sconosciuta può succedere la stessa cosa: dapprima la si guarda con sospetto e diffidenza, perché va al di là della nostra diretta conoscenza ed esperienza. Poi però, vinciamo questo nostro
atteggiamento diffidente facendo domande ed aspettandoci risposte proprio come purtroppo non si usa fare davanti a un’opera d’arte che ci sia nuova ed estranea.
Questo tipo di sperimentazione, che appartiene alla vita di ogni giorno, è una parte dell’imprevedibile senso di reazione che abbiamo davanti alla realtà e alla bellezza. I bei tramonti e i volti graziosi, sono considerati generalmente belli, perché associano piacevoli
qualità come quelle della forma e del colore. Altre cose invece, come quelle enumerate prima, e cioè corpi squarciati, vecchi stivali, periferie grige ecc., si considerano spiacevoli. Ci sono persone che davanti a scene di crudeltà e di violenza sentono persino la nausea e
stanno male.
L’artista è un uomo che sa guardare e vedere. I suoi sentimenti sono gli stessi delle altre persone, può ammirare un magnifico paesaggio o una bella ragazza, aborrire la violenza, la morte, la corruzione, la miseria come tutti gli altri. Ma è portato a vedere le cose più da vicino e ad analizzare quello che sente. Un vecchio paio di stivali non sono per lui tanto brutti ed inutili, da buttar via. La loro forma ed il loro colore, visti da lui in un modo particolare, diventano soggetti interessanti da disegnare e da dipingere. Si vede cioè come fossero una casuale scultura. Non c’è in questo niente di sentimentale, né per lui i vecchi stivali hanno strane associazioni romantiche con lunghe passeggiate nei campi. No, il suo atteggiamento è del tutto obiettivo e formale. Lui guarda gli stivali, come se li vedesse per la prima volta.
Rembrandt, vide, parimenti, nel bue squartato non solo la carne e il sangue con l’idea della corruzione e del modo con cui la vita si nutre della vita, ma anche il colore vivo, iridescente, il rosso cremisi che risalta sul roseo perlaceo e fu questo a stimolarne l’ispirazione e a caricare di significati il suo pennello.
Goya, per condannare le atrocità della guerra si mise al lavoro senza nulla trascurare. Usando tutta la sua abilità, si trovò impegnato non solo come artista, ma anche come uomo, e in tutti i soggetti che trattò, qualunque essi fossero, seppe far predominare la bellezza della linea e della forma.
? Che cos’è la forma
Questa parola, “forma”, può avere molti e diversi significati. Ognuno dei quali complementare all’altro, ma nessuno opposto.
Per prima cosa, ricordiamo la “forma pura”, l’idea come preesistente nella mente dell’artista, e destinata a diventare poi un mobile, un quadro, una statua con l’uso di materiali e di mezzi adeguati. La seconda forma è quindi quella dell’opera d’arte, per mezzo della parola scritta, della composizione musicale, della tela dipinta, del legno intagliato, della pietra scolpita, del metallo fuso.
Infine c’è la terza forma: quella dello stesso soggetto o modello dipinto che può essere la forma di un albero, di una persona, di un paio di vecchi stivali, o la forma di un’altra opera d’arte scolpita o dipinta in un’epoca precedente.
La prima forma è pura essenza ideale, che esiste solo nella mente di chi la pensa. La seconda è l’espressione fisica della prima, per mezzo della materia. La terza è la forma di tutte le cose esistenti, propria ad ogni oggetto.
Riconoscere quest’ultima è il compito più difficile dell’artista, e di tutti quelli che si interessano all’arte. L’artista deve essere in grado di riconoscere i vecchi stivali o qualsiasi altra cosa come forme a sé stanti. Deve cioè saper vedere il bello e la perfezione, lottando
per riconoscerla, cosi da riuscire a fare di un oggetto anche non puramente bello un’opera d’arte. Per fare questo deve pensare oltre che sentire, e pensare significa perdere molto tempo a studiare anche gli oggetti che non gli sono familiari. La forma è in stretta relazione con l’idea.
! Lo stile cambia presto ma le idee cambiano altrettanto rapidamente
C’è il linguaggio di ogni giorno che agisce quotidianamente sulla nostra sensibilità: quello della moda, dei giornali, delle immagini, del cinema, del ritocco digitale speso sui social. E nessuno si ferma certo a considerare l’illustrazione di una storia d’amore o una pubblicità di moda se il messaggio non giunge facile, ed è proprio per questo scopo, che ogni età ha i suoi simboli del bello secondo il modo in cui è abituata a vederli.
Se consideriamo un figurino di moda degli anni Trenta del Novecento o dell’Ottocento, come pure certi odierni avatar (il termine deriva dal sanscrito avatāra, che nell’induismo descrive la “discesa” o incarnazione di una divinità sulla Terra), e ne analizziamo la forma, vediamo che nessuna persona vera potrebbe rassomigliargli: può sembrare anche assurdo ma molte qualità che si identificano con la bellezza possono infatti sembrare, perché lo sono, esagerate.
. Esiste, ed è reale infatti una moda persino per il proprio fisico, il volto, la capigliatura
Una generazione trova affascinanti le gambe magre e le disegna stecchite nei figurini di moda, soprattutto oggi con l’ausilio del digitale (è sufficente un giro di TikTok). Un’altra ama le figure snelle e appiattite, un’altra ancora ne esagera la floridezza. È inutile nella vita stare ad analizzare questo genere di forma, ma è bene però osservare quanto il figurino, il modello proposto, e la moda abbiano breve durata. La moda di ieri è già superata, quella dell’altro ieri è diventata nostalgica, quella del tempo passato ci sembra romantica. Persino i volti delle persone hanno un’epoca, quando si devono girare delle scene di film storici, quando è necessario ricostruire accuratamente e perfettamente il passato. Eppure, se rivediamo alcuni film da cineteca, possiamo osservare come ognuno di questi mostra una sua propria idea di bellezza imponendola su qualsiasi moda, di qualsiasi secolo.
?E la moda
La moda, come il dialetto, deve essere della giornata, perché non c’è niente di più facile ad invecchiare della moda e del dialetto. Solo la forma, dura – spiega Paolo Battaglia La Terra Borgese – . L’opera d’arte di un vero maestro vive per sempre: la sua forma è più forte della moda e dei simboli temporanei del bello. La Venere di Botticelli può sembrare fuori moda. Quella di Milo non la sarà mai. Le prosperose dame del Rubens possono essere considerate anche tutt’altro che affascinanti da noi che oggi abbiamo idee diverse e cerchiamo, come creiamo, con la truffa digitale, “pin-up girls” su ogni tipo di fotografia che possa riferirsi alla nostra immagine. Le bellezze di Modigliani ci sembrano completamente fuori di moda, quanto i manichini delle vetrine degli anni intorno al 1920 e fino al 1980, che rappresentavano l’ideale della bellezza femminile.
Anche le belle di John Singer Sargent, di Philip de Laszlo, di Dante Gabriele Rossetti, di Edward Burne-Jones e di molti altri, sono scadute col tempo. Come pure cadono icone tipo Lauren Bacall, Lucille Ball, Diana Barrymore, Ingrid Bergman, Vivian Blaine, Jeanne Crain, Linda Darnell, Yvonne De Carlo, o l’italiana Sophia Loren e, rincorrendo i giorni nostri, perfino le super sexi Carmen Russo e Monica Bellucci, soppiantate da corpi scolpiti in palestra e make uptecnologicamente e chirurgicamente più avanzati. Alcuni buoni disegni di moda possono invece essere, restare, interessanti ancora oggi dal punto di vista del disegno e dell’ideale simbolico della bellezza di un dato periodo. Il male del ritratto alla moda, anche se elaborato e studiato alla perfezione sta proprio in questo stesso pericolo.
?Concludendo
La nostra vita è condizionata quindi inconsciamente a continui cambiamenti. Ci si può svegliare un bel mattino, e scoprire che sta mutando, nella nostra mente, il concetto del bello. I modelli di Sargent – il più importante ritrattista americano del suo tempo – che lui voleva fare assomigliare alle fredde e brave dame del teatro UK Edoardiano di Pinero, di Wilde e di Shaw, rimarranno per sempre, come sono, sulle tele, col nasino altezzoso, con le sopracciglia arcuate, con il collo da cigno e nient’altro. Tutto ciò che ammiriamo, oggi, nei quadri del Rossetti, sono gli occhi in fuori e l’espressione angosciata che una volta volevano significare passione, ma che ora ci fanno pensare ad una malattia della tiroide. Per restare in Britannia: anche i nudi lascivi di William Etty soffrono della stessa impronta vittoriana, ricordandoci la stessa regina, con i loro capelli neri, lisci, raccolti in uno chignon a forma di focaccetta.
?La Forma
Si è scritto molto sulla magica arte dei vecchi maestri, ma bisogna ricordare che l’unica cosa che i maestri moderni potranno sempre avere in comune con loro, sarà l’eterna, inalterabile, qualità della forma.
Si congeda così Paolo Battaglia La Terra Borgese
autorevole critico d’arte italiano attivo principalmente nel panorama della critica specialistica e nell’organizzazione di eventi culturali. Studioso, concentrato nell’analisi di opere storiche e contemporanee, approccia molto spesso l’estetica legandola a temi sociali o storici, come punto di partenza per riflessioni politiche e sociali, affrontando temi come il la gestione della “cosa pubblica”


