di Mario Vacca
Ci sono storie che si cercano, ed altre che arrivano quando non le stai cercando affatto.
Quel giorno ero a Merano per una serie di interviste. La mattina era stata interamente dedicata al mondo del vino: avevo incontrato il produttore Hartman Dona nella sua cantina, dove si lavorano vini che raccontano con precisione quasi artigianale il territorio altoatesino. Avevamo parlato di fermentazioni, di vendemmie, di stagioni difficili e di equilibri sottili tra tradizione ed innovazione.
Quando l’intervista è terminata, il pomeriggio si è aperto davanti a me con un breve intervallo tra due appuntamenti. Non abbastanza tempo per tornare in albergo, ma sufficiente per una pausa veloce. Così sono entrato quasi per caso in una piccola bottega contadina alle porte della città.
Il luogo aveva quell’atmosfera tipica dei negozi agricoli autentici: scaffali di legno, bottiglie allineate, salumi locali, miele, formaggi ed il profumo del pane appena tagliato. Ho ordinato un panino, qualcosa di semplice, e mentre aspettavo ho notato alcune bottiglie esposte dietro il banco.
“Posso accompagnare il panino con un calice?” ho chiesto. La signora dietro al bancone mi ha guardato con un sorriso gentile.“Certo. Sono vini della nostra cantina.”
La frase è stata pronunciata con naturalezza, quasi fosse un dettaglio secondario. Ma per chi, come me, aveva appena trascorso la mattinata a parlare di vino, quelle parole avevano il peso di una promessa.“Davvero?”
“Sì. Vengono dal nostro maso, il Finkhof.” Mi ha versato il vino con calma. Poi ha aggiunto:
“Se vuole conoscere la storia della nostra famiglia, domani può parlarne con mio marito. Si chiama Konrad.” È così che, senza averlo programmato, il giorno dopo mi sono trovato a raccontare una storia che attraversa secoli.
Il giorno successivo raggiungo Konrad alla bottega che mi accoglie con la semplicità di chi vive il proprio lavoro con naturalezza. Non ha l’aria di chi ama parlare troppo di sé. Ma quando comincia a raccontare la storia della famiglia, la voce cambia.
“ Il Finkhof, un maso storico situato nella zona di Hagen, sulle colline che guardano Merano, questo posto ha visto passare molte generazioni”. “La viticoltura qui è documentata già nel 1213, Otto secoli, è una responsabilità.” Continua.
“Otto secoli sono tanti da custodire”, gli rispondo. Konrad sorride. “Non si custodiscono da soli. Ogni generazione deve fare la sua parte.”
Mentre osserviamo le bottiglie, gli chiedo qualcosa che avevo intuito il giorno prima. “Il vino lo producete qui?” Konrad scuote leggermente la testa.
“Le uve nascono dai nostri terreni, ma il vino prende forma nella cantina di Hartman Dona.”
La coincidenza mi sorprende.
“Lo conosco. L’ho intervistato ieri mattina.”
Konrad si ferma un attimo.
“Allora ha già visto dove finiscono le nostre uve.” Mi racconta che da anni collaborano con Dona per la vinificazione. Una scelta precisa, maturata nel tempo.
“Noi ci occupiamo della terra. Della vigna. Del lavoro più antico.” Poi aggiunge:
“Hartman è un grande interprete del vino. Sa ascoltare l’uva.”
Il rapporto tra vigneto e cantina diventa così una forma di collaborazione tra competenze diverse.
“Il vino”, dice Konrad, “è sempre un lavoro collettivo. La terra, il contadino, il cantiniere.”
Seduti al tavolo, la conversazione scivola lentamente nella storia. Konrad pronuncia un nome che qui sembra appartenere ancora al presente. Blasius Trogmann . “Era un nostro antenato”, racconta.
“E non era soltanto un viticoltore.” Blasius Trogmann
fu uno dei compagni di Andreas Hofer, protagonista dell’insurrezione tirolese del 1809.
Il Tirolo viveva allora una stagione turbolenta. Dopo la sconfitta dell’Austria contro Napoleone, la regione era stata ceduta alla Baviera. Le nuove autorità avevano introdotto riforme amministrative e religiose che provocarono forte malcontento tra la popolazione locale.
Fu allora che Andreas Hofer, oste della Val Passiria, guidò una rivolta popolare che avrebbe segnato la storia della regione.
“Molti contadini si unirono alla rivolta”, spiega Konrad. “Tra loro c’era anche Blasius.”
Lo immagino mentre lascia i filari del maso per unirsi agli Schützen, i tiratori volontari tirolesi.
“Ma quando la guerra lo permetteva”, continua Konrad, “tornava qui. Alla vigna.”
Il vino e la storia, in queste terre, non sono mai stati mondi separati.
C’è un dettaglio della storia familiare che Konrad racconta con un certo orgoglio. “Il vino del Finkhof arrivava fino a Vienna.” Vienna, allora capitale dell’Impero asburgico. “Non era comune per un piccolo maso”, osserva. Il commercio del vino seguiva le rotte che attraversavano l’arco alpino. Botti e bottiglie partivano dalle valli del Tirolo e raggiungevano le città dell’impero. “Era un altro mondo”, dice Konrad. Poi sorride: “O forse non è cambiato così tanto.”
Prima di salutarmi parliamo della bottega dove tutto era cominciato. Nel 2020 la famiglia ha aperto la Bauernladen Meran, una bottega contadina dove oltre cinquanta agricoltori locali vendono i propri prodotti.
“Non volevamo solo vendere vino”, spiega Konrad. “Volevamo creare un luogo.”
Un luogo dove il territorio potesse raccontarsi.
Sugli scaffali ci sono vini, speck, pane, miele, succhi di frutta, conserve.
La struttura ha una forma particolare: ricorda la lama di un aratro che entra nella terra.
“È un simbolo”, dice Konrad. “Tutto parte da lì.”
Prima di andare via mi versa un calice.
“Questa è Schiava.” Il vino più tradizionale delle colline di Merano. Lo osservo controluce.
Penso alla traiettoria di questa storia: un vigneto medievale, un contadino diventato combattente,
le botti dirette a Vienna, le uve lavorate oggi nella cantina di Hartman Dona.
Otto secoli racchiusi in un bicchiere.
“Il vino cambia ogni anno”, dice Konrad guardando il calice.
Poi aggiunge una frase che sembra contenere tutto il senso del Finkhof:
“La terra resta. Noi passiamo.”
E mentre esco dalla bottega capisco che quella pausa improvvisata tra due interviste aveva aperto una porta inattesa. A volte le storie migliori nascono così.
Con un panino veloce ed un calice di vino.
In auto ho ripensato alle parole di Konrad, alla storia di Blasius, alle uve che ogni anno tornano a maturare sugli stessi pendii.
In fondo il vino è questo: memoria liquida della terra. Generazioni che passano, mani che si alternano, stagioni che ritornano.


