lunedì, Settembre 21, 2026
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Napoli senza gioco, Allegri si aggrappa ancora a De Bruyne

Era la partita da vincere. Massimiliano Allegri lo sapeva e lo aveva fatto capire chiaramente alla vigilia: la sfida contro la Fiorentina aveva un peso superiore alle altre perché poteva rappresentare uno spartiacque della stagione del Napoli. Alla fine, però, la vittoria non è arrivata e gli azzurri vanno alla lunga pausa con più interrogativi che certezze.

Il Napoli ci ha provato e sarebbe ingeneroso sostenere il contrario. David De Gea è stato protagonista con interventi importanti, soprattutto nella ripresa, quando ha impedito agli azzurri di trovare il gol che avrebbe potuto cambiare la partita. Ma anche la Fiorentina può recriminare. Nel primo tempo i viola hanno colpito due legni e Milinković-Savić ha dovuto compiere una grande parata dopo un grave pallone perso da Kevin De Bruyne, evitando una rete che avrebbe potuto avere conseguenze pesantissime.

La fotografia della partita è quindi quella di due squadre che hanno avuto la possibilità di vincere. Per il Napoli, però, il pareggio pesa diversamente. Gli azzurri avevano bisogno di un successo per dare forza alla propria stagione prima della sosta e soprattutto per mostrare finalmente una crescita sul piano del gioco.

Invece il Napoli resta sospeso. Una squadra che potrebbe essere raccontata attraverso “50 sfumature di grigio”: grigio il gioco, grigia la prestazione di alcuni uomini chiamati a fare la differenza e grigia una classifica che, dopo cinque giornate, vede gli azzurri a sette punti insieme al Sassuolo. Troppo poco rispetto alle aspettative di una squadra costruita per stare stabilmente nelle zone alte.

Il problema principale resta l’identità. Il Napoli possiede qualità individuale, esperienza e alternative, ma continua a faticare nella costruzione di un calcio realmente riconoscibile. La sensazione è quella di una squadra che aspetta troppo spesso la giocata del singolo invece di produrla attraverso un’organizzazione collettiva.

Ed è qui che inevitabilmente si arriva a Kevin De Bruyne.

Il belga avrebbe dovuto rappresentare il centro tecnico del nuovo Napoli. Allegri ha modificato anche la struttura della squadra, puntando sul 4-2-3-1 per consentirgli di muoversi alle spalle della punta. Contro la Fiorentina, però, il rendimento del numero dieci non è stato quello atteso.

De Bruyne ha toccato 47 palloni, ma soltanto cinque sono stati giocati in verticale. È mancato soprattutto l’ultimo passaggio, quello capace di mettere un compagno davanti alla porta o di spezzare la linea difensiva avversaria. Molto possesso, diverse giocate semplici, pochissima capacità di incidere negli ultimi metri.

A rendere ancora più evidente il problema c’è il dato relativo a Højlund: appena 12 palloni toccati. Il centravanti ha combattuto contro Dragusin, ha corso e cercato continuamente spazio, ma è rimasto troppo spesso scollegato dal resto della squadra. Un attaccante con quelle caratteristiche deve essere alimentato. Se riceve così pochi palloni, significa che qualcosa nel collegamento tra centrocampo, trequarti e area di rigore non funziona.

Eppure sulla destra il Napoli aveva trovato una strada importante.

Politano e Di Lorenzo hanno creato continuità, ampiezza e profondità. Politano è stato tra i migliori nel primo tempo, mentre il capitano ha accompagnato costantemente l’azione attraverso le sovrapposizioni. Gilmour ha dato ritmo e qualità, cercando spesso il cambio di gioco verso quella fascia, prima di accusare inevitabilmente un calo dopo circa un’ora.

Proprio per questo diventa difficile comprendere alcune scelte nella gestione della ripresa.

Favasuli, entrato al posto di Politano, ha portato immediatamente energia, velocità e voglia di incidere. Neres, pur mostrando una condizione fisica ancora approssimativa, ha fatto intravedere subito le proprie qualità. Vergara, invece, è stato chiamato inizialmente ad alzarsi dalla panchina, salvo poi non essere utilizzato quando avrebbe potuto offrire maggiore freschezza sulla trequarti.

De Bruyne è rimasto in campo fino alla fine.

È probabilmente questo l’aspetto che racconta maggiormente il pensiero di Allegri. Il tecnico continua a credere che un campione possa trovare in qualsiasi momento la giocata decisiva. Una scelta comprensibile sul piano teorico, molto meno quando quella giocata viene attesa per tutta la partita senza arrivare.

Il Napoli di oggi ricorda così “Aspettando Godot” di Samuel Beckett. Allegri aspetta il suo Godot calcistico e quel Godot si chiama Kevin De Bruyne. Aspetta la verticalizzazione, l’assist, il tiro, l’invenzione capace di risolvere la partita. Ma nell’attesa rischia di rinunciare ad altre soluzioni.

Un grande nome non può diventare intoccabile. Se un calciatore non riesce a incidere per settanta minuti, soprattutto in una partita giocata con temperature elevate e ritmi impegnativi, l’allenatore deve poter scegliere un uomo più fresco senza considerare il curriculum.

Il problema non riguarda però soltanto De Bruyne. Anche sulla fascia sinistra il Napoli continua a mostrare qualche contraddizione tattica.

Olivera interpreta il ruolo in maniera molto diversa da Di Lorenzo. Il terzino destro accompagna Politano all’esterno e crea sovrapposizione. Olivera, invece, tende maggiormente a entrare dentro al campo e a occupare i mezzi spazi, trasformandosi quasi in un centrocampista aggiunto. È una caratteristica, non necessariamente un difetto, ma deve essere compatibile con l’esterno che gli gioca davanti.

Lang, per esempio, avrebbe bisogno di un terzino capace di attaccare l’esterno e trascinare via il difensore, consentendogli di convergere verso il centro. Spinazzola possiede maggiormente questa caratteristica perché attacca la fascia quasi da ala. Olivera, entrando dentro al campo, rischia invece di occupare proprio lo spazio ricercato da Lang.

Il paradosso è che alcune coppie sembrano assortite al contrario rispetto alle rispettive caratteristiche.

Sono dettagli, ma sono proprio i dettagli a costruire l’identità di una squadra. E dopo le prime cinque giornate il Napoli continua a sembrare un progetto tattico ancora incompleto.

Allegri sta cercando di adattarsi a un calcio differente da quello che ha caratterizzato gran parte della sua carriera. Il 4-2-3-1 dovrebbe garantire ampiezza, uomini tra le linee e maggiore presenza offensiva, ma per ora produce una squadra ibrida: non abbastanza aggressiva per dominare attraverso la pressione e non abbastanza verticale per sfruttare rapidamente gli spazi.

Forse potrebbero esistere anche altre soluzioni. Un 3-4-2-1 permetterebbe, ad esempio, di schierare due uomini alle spalle di Højlund e utilizzare diversamente gli esterni. Ma prima ancora dei numeri serve una scelta precisa sulla filosofia della squadra.

Il Napoli deve decidere cosa vuole essere.

Non può limitarsi ad aspettare che De Bruyne inventi qualcosa, che Neres torni al massimo della condizione, che Højlund trovi da solo il modo di entrare nella partita o che una giocata individuale trasformi una prestazione complicata in una vittoria.

Questa squadra ha bisogno di produrre occasioni attraverso il gioco.

Il pareggio con la Fiorentina, allora, vale molto più del singolo punto. Era una partita che avrebbe potuto consegnare al Napoli entusiasmo e tranquillità prima della pausa. Invece lascia Allegri davanti agli stessi interrogativi delle settimane precedenti.

Il Napoli ha talento, alternative e giocatori importanti. Quello che ancora non possiede è una fisionomia definitiva.

Per questo la sensazione resta quella del “vorrei ma non posso”: una squadra potenzialmente forte che continua a rimandare il momento nel quale trasformare il proprio valore individuale in forza collettiva.

Allegri aspetta Godot. Il Napoli aspetta De Bruyne. Højlund aspetta palloni giocabili. I tifosi aspettano di vedere finalmente una squadra riconoscibile.

Ma il campionato non aspetta nessuno.

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