mercoledì, Febbraio 11, 2026
spot_img
HomePoliticaLa geopolitica mondiale e il ruolo dell'Italia

La geopolitica mondiale e il ruolo dell’Italia

Intervista all'economista Stefano Fassina

Il Nuovo giornale dei napoletani ha intervistato l’onorevole ed economista Stefano Fassina. Gli abbiamo posto alcune domande sullo scenario attuale della politica internazionale, a partire dall’azione americana in Venezuela la cattura o l’arresto – a seconda dei punti di vista – del presidente Nicolás Maduro.

Secondo lei, questo episodio segna la fine di qualsiasi residuo principio di sovranità nazionale per gli stati in generale, o è lecito intervenire in altri stati violando il diritto internazionale e la sovranità per tutelare i propri interessi nazionali?

È evidente che il diritto internazionale è molto chiaro da tempo proprio rispetto alla sovranità intangibile degli stati nazionali. Dopodiché, sappiamo anche che il diritto internazionale, a differenza del diritto nazionale, non ha un’entità superiore che lo possa garantire. Quindi è necessario che i vari attori concorrano a rispettare tale diritto.

Come sappiamo, non è stato sempre rispettato da quando è stato affermato, anzi le violazioni sono state sistematiche. Quella in Venezuela è l’ultima, ma prima c’è stata la drammatica vicenda di Gaza e della Cisgiordania ancora in corso, e prima ancora, come è noto, l’invasione dell’Ucraina. Quindi questo principio di rispetto della sovranità nazionale è messo a dura prova ultimamente, ma non vuol dire che un’azione come il blitz con la cattura del Presidente Maduro possa essere definita legittima, come ha fatto la nostra Presidente del Consiglio. Maduro può legittimamente non piacere, ma i problemi che ha generato e anche i crimini che ha commesso non possono essere affrontati da un altro Stato che interviene, uccide 70-80 persone e lo porta via.

Dobbiamo prendere atto, quindi, che ormai vince la legge del più forte, di chi è più attrezzato militarmente, se accettiamo questo principio non siamo a rischio tutti? .

Non possiamo accettare questo principio, è chiaro che non va accettato, perché sarebbe un regresso di secoli, torneremmo alla legge della giungla. Quindi è un principio che non può essere accettato e dobbiamo costruire un’alleanza di Stati nazionali che rigettano questo principio, perché alla fine questo principio è a svantaggio di tutti, in particolare di quelle economie che sono diventate più forti negli ultimi 30 anni, perché la stabilità è condizione di crescita. Gli Stati Uniti sono in grande difficoltà strategica, reagiscono in modo rabbioso sotto la Presidenza Trump (non che prima ci fosse stato un comportamento esemplare). Ora siamo di fronte a un’estremizzazione di atti unilaterali, ma nel mondo questo comportamento non è condiviso da chi ha bisogno della stabilità e della pace, non perché sia decisamente più buono, ma perché è la condizione per prosperare. Mi riferisco evidentemente alla Cina, all’India, a tutti i BRICS, a quella parte del mondo che in questo gioco di grandi potenze, di sfere di influenza, sta stretto, perché il mondo negli ultimi 30 anni è diventato policentrico. Non può essere ridotto a una sorta di guerra fredda tra Stati Uniti e Cina, perché tanti Stati non si assoggettano a un’organizzazione così, a cominciare da Stati enormi come l’India, l’Indonesia, il Brasile dall’altra parte

. Quindi dobbiamo stare attenti a credere che la lettura della politica di potenza che Trump ripropone al mondo sia una lettura necessariamente condivisa. Autorevoli voci cinesi sostengono che un mondo diviso in sfere di influenza non è un mondo che soddisfa l’interesse nazionale cinese. Quindi si tratta di alzare la testa e di guardarsi intorno, in particolare lo devono fare i governi europei, perché in una prospettiva di guerra noi siamo in prima linea e dobbiamo invece costruire testardamente relazioni per fare in modo che altri interlocutori, insieme a noi, contribuiscano a ridimensionare lo strapotere degli Stati Uniti.

Lei ha parlato prima di reazione rabbiosa degli Stati Uniti: quindi questo, secondo lei, è più un segno di forza o di debolezza, che spinge gli Stati Uniti a fare un gesto evidentemente fuori dal diritto internazionale e viola la sovranità di altro stato?

Per quanto ci siano stati dei precedenti, perlomeno venivano in qualche modo giustificati, cercavano di trovare delle giustificazioni,come con l’Iraq, si è cercato anche di avere l’autorizzazione dell’ONU, usando seppure prove false, ma comunque c’è stato questo tentativo. Invece qui molto chiaramente si parla di petrolio, la parola democrazia non è apparsa una sola volta.

E a questo proposito volevo chiedere, innanzitutto secondo lei: Cina e Russia reagiranno, e come reagiranno? Che tipo di risposta? Potrebbe essere una risposta simmetrica, una risposta cyber? Non rischiamo di andare incontro a un conflitto generalizzato?

Siamo in un quadro inesplorato, quindi non mi sento di escludere nessuno scenario. Ritengo che dovremmo analizzare bene quello che è successo negli ultimi trent’anni, quella globalizzazione che ha ridimensionato l’Occidente e gli Stati Uniti. Quella globalizzazione che ha avuto negli anni ’90 gli Stati Uniti come grande ”dominus”, nel trentennio che abbiamo alle spalle in realtà ha favorito, sul piano geopolitico ed economico, altri attori.

Ora siamo in un quadro in cui gli Stati Uniti, in termini di potere d’acquisto, non sono più la prima economia del mondo; la Cina lo è diventata qualche anno fa, l’India sta per diventare la seconda economia del mondo. Quindi c’è un ridimensionamento e questo comporta una reazione da parte di chi lo subisce. È sempre stato così nella storia: l’egemone che perde ruolo non si rassegna passivamente a questo ridimensionamento e prova a reagire. Siamo in questa fase. Quindi, piuttosto che speculare sugli scenari di quello che potrebbe accadere, le leadership europee – ma non solo della politica, penso in generale – dovrebbero capire che fare. Ripeto: una stabilizzazione è nell’interesse di tutti quelli che stanno fuori dall’Occidente, quindi dovremmo provare a costruire e rafforzare le relazioni con quella parte del mondo, evidentemente anche gestendo in prima persona il negoziato con la Russia. Perché è chiaro che se le classi dirigenti europee continuano a ritenere – senza fondamento, a mio avviso – la Russia come minaccia esistenziale, non è chiaro che abbiamo bisogno della protezione nucleare degli Stati Uniti. E se abbiamo bisogno della protezione nucleare degli Stati Uniti, allora siamo subalterni!

Diciamo che gli appetiti di Trump sembrano non finire mai: prima ha minacciato la Colombia, la Groenlandia e quindi l’Europa, perché la Groenlandia fa parte integrante del Regno di Danimarca.

Però a questo punto Le dobbiamo chiedere: che ruolo può svolgere l’Italia, e quindi l’Europa, nel mondo? Cosa potrebbe fare realisticamente per ristabilire più tranquillità nei rapporti internazionali?

Innanzitutto, dovrebbe evitare di genuflettersi in modo indegno come ha fatto la nostra Premier Meloni, che è unica al mondo: qualche ora dopo il blitz a Caracas ha definito legittimo l’intervento. Nessun altro Presidente del Consiglio, nessun altro leader al mondo ha usato l’aggettivo “legittimo” per quell’intervento; si sono tutti arrampicati sugli specchi per non condannarlo in Europa, a parte Sanchez, il Premier spagnolo, che ha firmato una dichiarazione insieme al Brasile, alla Colombia e all’Uruguay, nella quale veniva condannato l’atto.

Quindi l’Italia dovrebbe innanzitutto evitare di essere così genufessa. Secondo, dovrebbe appunto costruire con i governi europei disponibili una posizione, innanzitutto rispetto alla Russia, perché non sta scritto da nessuna parte che il negoziato con Putin lo debba gestire esclusivamente il Presidente degli Stati Uniti nell’esclusivo suo interesse. Finalmente si è capito che bisogna negoziare; questo negoziato lo potremmo svolgere, gli europei lo dovrebbero svolgere in prima persona, allentando. Certo è tutto difficile, i rapporti di forza sono drammaticamente squilibrati. Il punto è capire se vuoi cominciare a allentare questa morsa o se ti pieghi e l’accetti, con una deriva che poi però non sai dove va a finire, perché appunto oggi è la Groenlandia, poi domani vedremo cosa altro sarà.

Quindi siamo in un quadro di radicale discontinuità rispetto al passato, ne va preso atto, e però va preso atto anche delle potenzialità che questo quadro di discontinuità offre. Perché c’è la discontinuità negativa di Trump, ma ci sono anche degli spazi per costruire relazioni con altri attori che non ci stanno allo scenario che Trump prospetta.

Secondo lei, che conseguenze economiche, visto che il Venezuela ha le più’ riserve di petrolio più grandi al mondo, più dell’Arabia Saudita… Il fatto che gli americani ne prendano possesso della produzione di petrolio, come evolverà il prezzo del petrolio, dell’energia secondo lei? Aumenterà, diminuirà?

Innanzitutto bisogna vedere se questo scenario si verifica, perché da quello che leggo sulla stampa internazionale, tutti questi pretendenti a fare investimenti in Venezuela, queste compagnie petrolifere americane che dovrebbero fare investimenti in Venezuela, vogliono garanzie, vogliono garanzie di stabilità. In questo momento nessuno è in grado, Trump non è in grado di dare garanzie di stabilità, perché nessuno sa come va a finire la situazione in Venezuela, quindi rimane un punto interrogativo da questo punto di vista.

Quindi questo vale anche per gli asset italiani, per esempio dell’ENI che ha interessi in Venezuela?

Certo. Ci può essere uno scenario positivo dove si stabilizza sul piano politico la situazione senza cambio di regime, cambia il vertice ma la struttura rimane. Quindi, appunto, il piano economico viene dopo quello politico e se non c’è un quadro politico chiaro… D’altra parte, neanche Trump ha mai parlato di democrazia.

A livello di mercati finanziari, pensa che ci sarà qualche shock? L’Euro e le obbligazioni (BTP) potrebbero essere considerate più sicure oppure no, oppure vedremo un altro tipo di reazione?

Anche qui, diciamo che il dollaro in questo momento ha una situazione piuttosto incerta, intanto in termini di prospettive. Anche qui il quadro politico è decisivo per capire quello che succederà. Certo, gli investitori tendono a diversificare, però la debolezza politica dei governi europei nel gestire una fase, per carità così complessa, ma nel gestirla in termini di prospettiva, la difficoltà che manifestano poi si riverbera anche sull’appetibilità della moneta, non c’è dubbio. Quindi c’è una sorta, adesso, di attesa. A parte l’impennata delle quotazioni delle aziende petrolifere sul momento, perché sembrava che chissà cosa dovesse arrivare, a me pare che questa confusione, questa incertezza tenda a far tenere un po’ tutti sostanzialmente guardinghi e in attesa. Quindi vedremo; in questo momento non mi pare che si possano individuare delle tendenze chiare in un senso o nell’altro.

Poi una domanda che può sembrare non attinente molto al discorso geopolitico ed economico, ma noi siamo il giornale di Napoli, della periferia dell’area metropolitana. Lei sa che ci sono molti giovani che sono tentati dalla criminalità, abbiamo questo problema da sempre. Ma come facciamo a spiegare ai giovani che quello che loro non devono fare – agire di prepotenza, chiedere tangenti, il pizzo – non si deve fare, quando vedono i grandi della terra farlo? Praticamente chiedere un pizzo al Venezuela per mantenersi al governo, oppure Putin che aggredisce un altro paese senza una motivazione valida? Come si fa a spiegare ai ragazzi che non è giusto quando poi vedono questi esempi? Perché è vero che non sono molto istruiti, però seguono il telegiornale.

No, ma essendo genitore di due adolescenti, questo problema è un problema serissimo e che non ha una risposta facile. Credo che si debba raccontare un’altra prospettiva e, soprattutto, va ricordato che questi atteggiamenti nella storia, che all’inizio, nel breve periodo possono sembrare così di successo, di forza, in realtà poi si sono sempre riverberati contro chi li ha compiuti. Il bullo poi alla fine va a finire male, anche se gli atti di bullismo possono sembrare accattivanti nel breve. Quindi, a mio avviso, raccontare un’altra prospettiva è raccontare la storia che ci è stata consegnata: la storia ci consegna che atti di prepotenza e di violenza alla fine hanno generato altra violenza, che ha determinato la sconfitta di tutti, anche di quelli che sembravano i più forti.

ALTRI ARTICOLI
- Advertisment -spot_img

ULTIMI ARTICOLI