Il Golfo Persico vive ore di tensione crescente, con un’accelerazione militare che ridisegna gli equilibri della regione. Gli Stati Uniti hanno progressivamente ampliato il proprio schieramento aereo e navale, portando nell’area nuovi velivoli da combattimento e consolidando una presenza già significativa. Tra gli assetti dispiegati figurano i moderni F-35 Lightning II, progettati per operare in scenari ad alta intensità grazie alla loro capacità stealth e alla precisione dei sistemi d’arma.
L’iniziativa americana non si limita ai cieli. Le forze navali continuano a pattugliare le rotte strategiche con gruppi guidati da portaerei, affiancati da incrociatori e cacciatorpediniere dotati di sistemi antimissile. Secondo ambienti della difesa, il rafforzamento risponde alla necessità di garantire la libertà di navigazione e rassicurare gli alleati regionali, in un contesto segnato da minacce e dichiarazioni sempre più esplicite provenienti da Teheran.
La leadership iraniana ha reagito denunciando quella che considera una dimostrazione di forza ostile. La Guida Suprema Ali Khamenei ha ribadito che l’Iran non accetterà pressioni militari ai propri confini. Intanto i Pasdaran hanno dato avvio a esercitazioni su larga scala nelle acque dello Stretto di Hormuz, punto nevralgico del traffico energetico mondiale.
Le manovre hanno incluso test missilistici, operazioni con droni e simulazioni di attacchi contro unità navali di grandi dimensioni. Non è mancato il consueto avvertimento: in caso di conflitto, lo stretto potrebbe essere chiuso al traffico commerciale. Una prospettiva che preoccupa le capitali occidentali e i mercati, data la quantità di greggio che attraversa quotidianamente quel corridoio marittimo.
A rendere più complesso lo scenario è la partecipazione di navi da guerra di Russia e Cina a esercitazioni congiunte con la Marina iraniana. Le attività vengono presentate come operazioni per la sicurezza marittima, ma assumono un chiaro significato politico: le tre potenze mostrano una convergenza crescente nel contrastare l’influenza statunitense.
Negli ultimi anni la cooperazione tra Teheran, Mosca e Pechino si è consolidata attraverso accordi economici, scambi tecnologici e iniziative militari comuni. Il Golfo diventa così uno dei teatri in cui si misura la competizione tra blocchi, con implicazioni che vanno ben oltre la dimensione regionale.
L’area resta una delle più militarizzate al mondo. La compresenza di flotte, sottomarini, aerei da ricognizione e sistemi missilistici aumenta il rischio di incidenti. In uno spazio ristretto come quello dello Stretto di Hormuz, un errore di valutazione potrebbe trasformare la deterrenza in scontro aperto.
Mentre le diplomazie cercano canali di dialogo, la realtà sul terreno racconta di un accumulo di forze senza precedenti recenti. Il Golfo torna così a essere il barometro della rivalità globale, sospeso tra dimostrazioni di potenza e tentativi di evitare un conflitto che avrebbe conseguenze planetarie.


