A vent’anni dall’introduzione del Testo unico sull’Ambiente, il futuro di Bagnoli torna al centro del dibattito pubblico e accademico. Se ne è discusso di recente all’Università Suor Orsola Benincasa, nell’ambito del convegno dedicato alla normativa ambientale, durante la tavola rotonda “Il caso Bagnoli: bonifica, sviluppo e rigenerazione del territorio”.
Al confronto hanno partecipato i subcommissari del SIN (Sito di interesse nazionale) Bagnoli-Coroglio, Filippo De Rossi e Dino Falconio, insieme a esperti del settore, sotto il coordinamento del costituzionalista Francesco Marone. Presente anche il commissario straordinario e sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi.
Un ritardo storico lungo trent’anni
“Bagnoli è stata per trent’anni immobile”, ha sottolineato De Rossi, evidenziando come, mentre cresceva a livello globale la sensibilità ambientale, i progetti per l’area restassero ancorati a logiche degli anni ’90. Oggi, però, secondo il subcommissario, lo scenario è cambiato: la messa in sicurezza e l’avvio delle bonifiche aprono alla possibilità di trasformare Bagnoli in un simbolo di rigenerazione ambientale, sociale e culturale.
Un cambio di paradigma necessario per un territorio che rappresenta uno dei casi più emblematici di riconversione industriale incompiuta in Italia. L’area, che per decenni ha ospitato uno dei più grandi poli siderurgici europei, è oggi al centro di un complesso processo di risanamento che coinvolge istituzioni, investimenti pubblici e strategie di sviluppo sostenibile.
Il “paradosso industriale” e le ferite sociali
Falconio ha ripercorso le tappe più controverse della dismissione industriale, parlando di un vero e proprio “paradosso”. Emblematico il caso del Treno Nastri, venduto alla cinese Baosteel: un impianto costato centinaia di miliardi di lire e ceduto a condizioni economicamente svantaggiose, poi utilizzato per decenni a pieno regime in Asia.
“La fabbrica fu svuotata dei suoi gioielli tecnologici e dei suoi uomini”, ha ricordato Falconio, descrivendo un processo che portò al prepensionamento di circa 5.000 lavoratori e alla dispersione di competenze industriali. Il risultato fu una doppia eredità: da un lato un’area altamente inquinata, dall’altro una profonda ferita sociale ancora visibile nel tessuto urbano e occupazionale.
Ambiente e sviluppo: un equilibrio complesso
Nel suo intervento, Marone ha posto l’accento sulla complessità giuridica e politica della questione. La tutela dell’ambiente, principio fondamentale dell’ordinamento costituzionale, deve convivere con la necessità di trasformazione del territorio e con le esigenze di sviluppo economico.
“Il territorio di Bagnoli è già profondamente trasformato da quasi un secolo di attività industriale”, ha spiegato, evidenziando come ogni progetto di riconversione debba fare i conti con tempi e costi delle bonifiche, oltre che con la necessità di attrarre investimenti.
Il caso Bagnoli diventa così un banco di prova per il diritto ambientale contemporaneo: un equilibrio delicato tra conservazione e trasformazione, tra memoria industriale e nuove prospettive urbane.
Una sfida ancora aperta
A distanza di decenni dalla chiusura dell’area industriale, Bagnoli resta una delle più grandi sfide di rigenerazione urbana in Italia. Negli ultimi anni sono stati avviati interventi concreti, ma il percorso resta lungo e complesso, anche alla luce delle difficoltà burocratiche e dei contenziosi che hanno spesso rallentato i lavori.
Il confronto promosso dall’Università Suor Orsola Benincasa evidenzia come, a vent’anni dal Testo unico sull’Ambiente, il tema non sia solo normativo, ma profondamente politico e sociale. Bagnoli, da simbolo di crisi industriale, può diventare un modello di rinascita sostenibile. Ma la strada, come emerso dal dibattito, richiede visione, risorse e continuità nelle scelte.


