Accessibilità senza privacy è discriminazione: il monito di Gaetano sul digitale inclusivo
ROMA – “Un digitale che ti osserva mentre ti dichiara incluso non è progresso, ma una forma più elegante di esclusione”. È un’accusa netta quella lanciata da Enrico Gaetano, responsabile dell’Osservatorio accessibilità digitale AIDR, che interviene sul tema dell’inclusione tecnologica mettendo in discussione un modello spesso solo dichiarato.
Per Gaetano, l’accessibilità digitale è stata per anni raccontata come una conquista, ma nella realtà si è trasformata troppo spesso in una “messinscena”: piattaforme, app e servizi online definiti inclusivi che finiscono invece per esporre e rendere riconoscibili gli utenti più fragili.
Il punto di svolta arriva con il parere favorevole del Garante per la protezione dei dati personali sulle linee guida AgID relative all’articolo 21 del d.lgs. n. 82/2022. Un passaggio che, secondo Gaetano, chiarisce un principio fondamentale: gli strumenti assistivi o le modalità di accesso non devono mai diventare indicatori della condizione di disabilità di un utente.
“In termini semplici – sottolinea – se per accedere a un servizio devi essere identificato come ‘diverso’, quel servizio non è davvero accessibile”. Il rischio è quello di sistemi che, pur consentendo l’accesso, finiscono per “etichettare” l’utente, trasformando l’inclusione in una forma di discriminazione digitale.
L’analisi va oltre l’aspetto normativo. Per Gaetano, il vero limite è culturale e progettuale: l’accessibilità non può essere ridotta a un obbligo formale o a una certificazione utile solo a evitare sanzioni.
Quando un’app rende evidente l’uso di tecnologie come i lettori di schermo, o permette il tracciamento di configurazioni che rivelano condizioni personali, si è di fronte – spiega – a un “fallimento gravissimo di progettazione”.
La soluzione indicata è chiara: integrare privacy e accessibilità fin dalla fase di progettazione, secondo il principio del “by design”. Non interventi successivi o correttivi, ma un approccio strutturale che metta al centro la dignità della persona.
“La verità è che una parte del mondo pubblico e privato è arrivata tardi e senza reale consapevolezza – afferma – ma oggi non ci sono più scuse”. L’inclusione, conclude Gaetano, non può essere propaganda, così come la protezione dei dati sensibili non può essere considerata un dettaglio.
Il messaggio finale è netto: chi sviluppa servizi digitali deve scegliere da che parte stare. Da un lato i diritti, dall’altro un’innovazione “vuota e ingiusta”. Perché un sistema che dichiara di includere mentre osserva e classifica non rappresenta un progresso, ma una nuova forma di esclusione.


