Benevento, 21 settembre 2026 – L’Aula 10C “Cubo” di Via dei Mulini si è trasformata in un luogo di memoria collettiva. In occasione della “Giornata degli internati italiani nei campi di concentramento tedeschi durante la Seconda guerra mondiale”, l’Università del Sannio ha ospitato l’incontro dal titolo “Gli internati militari italiani: la Resistenza senz’armi e la costruzione della Repubblica attraverso il diario di Domenico Chiàntera”.
L’iniziativa, promossa nell’ambito del corso di Storia economica del Dipartimento di Diritto, Economia, Management e Metodi quantitativi, ha coinciso con il primo giorno di lezione di molti studenti universitari, trasformando l’avvio del percorso accademico in un’occasione di riflessione civile.
Il valore della “Resistenza senz’armi”
La giornata commemorativa è stata istituita nel 2025 con una legge promulgata dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e celebrata per la prima volta al Quirinale nello stesso anno. Nel suo intervento, il Capo dello Stato aveva sottolineato il valore della Resistenza senz’armi degli internati e il debito che la libertà di cui oggi godiamo ha nei confronti del loro coraggio.
Al centro dell’incontro beneventano il volume “Per non dimenticare”, che raccoglie il diario di Domenico Chiàntera, internato civile nell’Austria nazista dal settembre 1943 al luglio 1945. Attraverso le sue parole, gli studenti hanno potuto avvicinarsi alla storia non soltanto come materia di studio, ma come esperienza vissuta e memoria da custodire.
Il rifiuto reiterato di aderire alla Repubblica di Salò
Il cuore della commemorazione è stato dedicato a una delle pagine meno conosciute e più straordinarie della storia italiana: il reiterato, ostinato e collettivo rifiuto degli Internati Militari Italiani di aderire alla Repubblica Sociale Italiana e di arruolarsi nelle file nazifasciste. Dopo l’8 settembre 1943, circa seicentomila militari italiani furono catturati dalle truppe tedesche e deportati nei campi di internamento del Reich. A tutti fu offerta la possibilità di tornare a casa in cambio dell’adesione alla Repubblica di Salò e dell’arruolamento. La stragrande maggioranza disse no. Un no ripetuto, spesso per mesi e anni, nonostante la fame, il freddo, le malattie, le percosse e la minaccia costante della morte.
Le motivazioni di quel rifiuto, come è stato evidenziato nel corso dell’incontro, furono molteplici e intrecciate tra loro.
Il giuramento al re. Molti internati rimasero fedeli al giuramento prestato alla Corona, considerandolo un vincolo morale indissolubile. Tradirlo sarebbe significato tradire se stessi e l’onore militare.
Le motivazioni religiose. Non pochi trovarono nella fede cattolica la forza per resistere alle pressioni e alle lusinghe dei nazifascisti, rifiutando di collaborare con un regime che calpestava la dignità umana e i valori evangelici
Le motivazioni politiche. Per coloro che avevano maturato una coscienza antifascista, l’adesione alla Repubblica di Salò avrebbe significato schierarsi con chi aveva tradito la patria e con chi continuava a servirla sotto la tutela dell’occupante tedesco.
Il “contagio” della politica nei lager. Un aspetto particolarmente significativo emerso durante la commemorazione riguarda il processo di maturazione politica che si verificò all’interno dei campi. Molti internati non erano politicizzati prima della cattura: erano semplici soldati, contadini, operai, studenti. Ma la convivenza forzata con attivisti politici, sindacalisti, intellettuali antifascisti – anch’essi internati – produsse quello che è stato definito un vero e proprio “contagio” di idee. Il dibattito, la riflessione comune, la condivisione di letture e di esperienze trasformarono molti di loro in uomini consapevoli, capaci di comprendere le ragioni profonde della lotta contro il nazifascismo.
Il legame di solidarietà e cameratismo. Forse la motivazione più forte, come è stato sottolineato con particolare intensità, fu il legame umano che si creò nei campi di lavoro: la solidarietà, l’empatia, il cameratismo, la condivisione del dolore e della speranza. Un legame che i nazifascisti non avevano previsto, convinti com’erano che la fame, il freddo e le torture avrebbero spezzato la resistenza e indotto i prigionieri ad arruolarsi. Accettare l’arruolamento avrebbe significato tradire i compagni, molti dei quali erano morti proprio per non cedere. Nessuno di loro volle diventare complice di chi li aveva torturati, di chi aveva torturato e ucciso i loro compagni. Quel legame, nato nella sofferenza, si rivelò più forte della paura e della morte.
Le autorità presenti
L’incontro si è aperto con i saluti di Maria Moreno, rettrice dell’Università del Sannio, che ha fortemente sostenuto l’iniziativa. Sono intervenuti, Raffaela Moscarella, prefetta; Marco Keten, comandante provinciale dei Carabinieri; Micheleantonio Sportelli, comandante provinciale della Guardia di Finanza; inoltre, Carlo Ceparano, consigliere della Regione Campania, e di Annamaria Sambuco, presidente dell’Associazione Nazionale Ex Internati nei Lager nazisti – Volontari della libertà. Hanno preso parte alla commemorazione anche Gabriella Chiàntera, figlia di Domenico, Davide Barba, ordinario di Sociologia presso l’Università del Sannio, e Beniamino Nappo, studioso di Storia economica.
L’evento ha rappresentato un momento significativo nel panorama accademico sannita, coniugando l’avvio delle attività didattiche con un doveroso omaggio a una pagina fondamentale della storia italiana. La scelta di dedicare la prima lezione dell’anno alla memoria degli Internati Militari Italiani testimonia l’impegno dell’Università del Sannio nel promuovere non solo la conoscenza scientifica, ma anche i valori della libertà, della democrazia, della dignità umana e della responsabilità civile.
Come è stato ricordato nel corso dell’incontro, la storia degli Internati Militari Italiani ci consegna una lezione che va oltre il tempo: la libertà non è mai gratuita, e la dignità di un uomo non si compra con la promessa della sopravvivenza. Quel “no” ripetuto da seicentomila italiani, spesso fino all’ultimo respiro, è la testimonianza più alta che la coscienza e la solidarietà umana possono opporre alla barbarie.

