Il Napoli di Massimiliano Allegri è ancora alla ricerca di una precisa identità. Non è soltanto una questione di moduli, uomini o condizione atletica. Il vero interrogativo riguarda la filosofia con cui gli azzurri vogliono affrontare la stagione e, soprattutto, quanto l’allenatore sia disposto a modificare alcune delle convinzioni che hanno caratterizzato gran parte della sua carriera.
La partita contro l’Inter ha mostrato chiaramente le due anime di questo Napoli. Quando la squadra ha abbassato il baricentro, lasciando maggiormente l’iniziativa agli avversari e cercando di controllare gli spazi nella propria metà campo, sono emerse alcune difficoltà. Quando invece gli azzurri hanno avuto il coraggio di salire, portare più avanti la prima pressione e cercare di recuperare il pallone lontano dalla propria area, l’impressione è stata completamente diversa.
Ed è proprio da qui che Allegri potrebbe dover ripartire. Il Napoli è una squadra costruita con calciatori che hanno qualità tecniche e caratteristiche per giocare in avanti. Abbassarsi troppo significa non soltanto concedere campo agli avversari, ma chiedere alla squadra una concentrazione difensiva quasi perfetta per lunghi periodi. Nel calcio attuale basta perdere una marcatura, arrivare in ritardo su una seconda palla o sbagliare un’uscita per ritrovarsi immediatamente in difficoltà.

Il problema per Allegri è anche culturale. Napoli negli ultimi anni si è abituata a vedere un certo tipo di calcio. Con Maurizio Sarri gli azzurri arrivarono a conquistare 82, 86 e 91 punti senza riuscire a vincere lo scudetto, ma costruendo un’identità riconoscibile. Era una squadra capace di entusiasmare attraverso il palleggio, la pressione e il dominio territoriale. Non sempre arrivò il risultato più importante, ma quel Napoli riusciva spesso a imporre la propria partita.
Successivamente Luciano Spalletti ha portato gli azzurri a esprimere un calcio di altissimo livello, costruendo una squadra capace di comandare attraverso tecnica, velocità e organizzazione. Antonio Conte ha proposto principi differenti, puntando maggiormente sulla mentalità, sulla solidità e sull’attenzione, ma cercando comunque soluzioni offensive e chiedendo ai suoi giocatori grande intensità.
Allegri ha quindi ereditato non soltanto una rosa, ma una storia calcistica recente con caratteristiche ben precise. Ed è probabilmente questa una delle difficoltà maggiori del suo lavoro. Il tecnico si trova a metà strada tra il proprio pensiero storico e la necessità di costruire qualcosa di diverso.
La filosofia di Allegri ha sempre dato grande importanza alla gestione della partita. Non esiste, nella sua concezione, la necessità di dominare per novanta minuti. Ci sono momenti nei quali bisogna attaccare, altri nei quali occorre difendersi, abbassarsi e aspettare. Un principio che ha prodotto risultati importanti nella sua carriera, ma che oggi deve confrontarsi con un calcio profondamente cambiato.
Le squadre di vertice europee cercano sempre più spesso di difendere andando in avanti. Pressione alta, riaggressione immediata dopo la perdita del pallone, difesa lontana dalla propria area e recupero rapido del possesso sono diventati elementi fondamentali. Non significa attaccare senza equilibrio, ma cercare di impedire agli avversari di arrivare facilmente negli ultimi trenta metri.
Contro l’Inter il Napoli ha dimostrato di poterlo fare. Quando il baricentro è stato alzato e gli azzurri hanno cercato di prendere gli avversari più avanti già nella prima pressione, la squadra è apparsa più aggressiva e soprattutto più sicura. Una trasformazione che dovrebbe far riflettere Allegri perché questo Napoli possiede qualità sufficienti per assumersi maggiori responsabilità durante le partite.
Difendersi bassi può essere una soluzione in determinati momenti, soprattutto contro avversari di grande livello, ma difficilmente può diventare l’identità principale di una squadra che vuole competere per obiettivi importanti. Per farlo servirebbero inoltre automatismi difensivi, concentrazione e abitudine a soffrire senza pallone che non si costruiscono in poche settimane.
C’è poi un altro elemento che a Napoli non può essere ignorato: il pubblico. La tifoseria azzurra è passionale, esigente e negli anni si è abituata a identificarsi anche nel modo in cui la squadra interpreta le partite. Vincere resta naturalmente l’obiettivo principale, ma al Maradona viene apprezzato un Napoli coraggioso, capace di andare alla ricerca dell’avversario e di provare a comandare.
Allegri dovrà quindi trovare un punto d’incontro tra la propria esperienza e le caratteristiche della squadra che ha a disposizione. Non gli viene chiesto di rinnegare completamente il proprio calcio, ma probabilmente di aggiornarlo e adattarlo a un gruppo che sembra rendere meglio quando può giocare qualche metro più avanti.
La stagione è ancora lunga e il tempo per lavorare non manca. Ma alcune indicazioni stanno già emergendo. Questo Napoli sembra avere bisogno di coraggio più che di prudenza, di pressione più che di attesa e della possibilità di sfruttare la propria qualità offensiva senza trascorrere troppo tempo vicino alla propria area.
La sfida più importante di Allegri potrebbe allora essere proprio questa: cambiare qualcosa di se stesso per costruire il nuovo Napoli. Perché adattarsi non significa rinunciare alle proprie idee. Significa capire quando quelle idee devono evolversi. E il Napoli visto quando alza il baricentro e aggredisce l’avversario sembra indicare chiaramente quale possa essere la strada.

