Il Nuovo giornale dei napoletani ha incontrato il noto vulcanologo di fama internazionale, nonché primo ricercatore dell’INGV e membro dell’Osservatorio Vesuviano, Giuseppe Mastrolorenzo.
Potrebbe spiegare in parole povere cos’è il fenomeno del bradisismo ai Campi Flegrei? È un fenomeno più un respiro lento o una molla che si carica?
Il fenomeno del bradisismo è un fenomeno che ancora stiamo studiando; non esiste una spiegazione univoca su quale sia la causa, ma possiamo dire cos’è. È un lento sollevamento del suolo che può durare anni, anche decenni o secoli, perché abbiamo evidenze nella storia geologica di quest’area di fenomeni bradisismici, sollevamenti del suolo che sono durati moltissimo. Comunque, è un fenomeno di sollevamento lento del suolo, contrariamente ai terremoti che sono movimenti bruschi del suolo per effetto di faglie e fratture.
Conosciamo in parte questo fenomeno perché abbiamo documentazione storica, per esempio nel 1538 quando ci fu l’eruzione di Monte Nuovo, che fu preceduta da un lungo sollevamento del suolo. Poi, dagli anni ’50, con varia intensità: negli anni ’50 ci fu un modesto sollevamento di alcune decine di centimetri; negli anni ’70 abbiamo avuto la prima fase bradisismica importante (inizio ’69 – ’72); poi negli anni ’80 la fase bradisismica più nota, che ha portato all’allontanamento dall’area di Pozzuoli di circa 40.000 persone; e attualmente la fase bradisismica alla quale stiamo assistendo dal 2005, che ha portato finora a circa un metro e sessanta di sollevamento del suolo nell’area di Pozzuoli.
A questo fenomeno di sollevamento del suolo, sulle cui cause ci sono ancora contrapposizioni tra diversi gruppi di ricerca, è associato ovviamente un flusso di gas, un incremento del flusso di gas alle fumarole, e l’attività sismica – quella che in assoluto spaventa di più a breve termine perché la sua imprevedibilità porta a uno stato di permanente attesa e preoccupazione per scosse forti. Negli ultimi anni abbiamo avuto le scosse più forti mai registrate nella storia del monitoraggio di quest’area.
Perché il bradisismo spesso si associa all’eruzione? Soprattutto, questo è il timore principale dei nostri concittadini. Lei ha letto quell’ultimo studio fatto dall’Università di Napoli, dell’INGV e dell’Università di Ginevra, nel quale si sostiene che il pericolo di un’eruzione a breve o medio termine è molto ridotto, per una serie di motivi che ostacolerebbero l’eruzione? Sarebbe ostacolata da una combinazione di fattori, tra i quali un magma potenzialmente a 4 km di profondità, ma in un serbatoio molto piccolo e insufficiente per creare un’eruzione. Lei mi dà la sua opinione su questo studio?
Ho visto questo articolo, che tra l’altro si inserisce in un filone: è un periodo in cui quasi ogni giorno viene pubblicizzata una nuova ricerca che risolverebbe o chiarirebbe le questioni del bradisismo. In realtà, quello che c’è da specificare è che questo, come tutti gli altri articoli pubblicati, sono delle ipotesi scientifiche, quindi non sono le soluzioni al problema, ma sono delle proposte di modelli. In questo caso in particolare, come è specificato nella ricerca e come dicono gli autori (in parte dell’INGV, in parte dell’Università di Ginevra), partono dall’ipotesi – tra le diverse ipotesi esistenti sul bradisismo – che il bradisismo sia dovuto alla risalita del magma. Quindi, sarebbe dovuto alla presenza di un sistema magmatico, di una camera magmatica (anche se il termine non è corretto per queste profondità e condizioni), localizzata a quattro chilometri, che spingerebbe e gonfierebbe il suolo oppure che rilascierebbe gas causando il rigonfiamento. E loro, sulla base di questa ipotesi, concludono che sarebbe così piccola da non essere in grado di generare un’eruzione, perché anche se esercitasse una pressione tale da rompere la crosta, la riduzione della sua energia causerebbe una perdita di potenza. Ovviamente, è un modello, un’ipotesi, non è superiore agli altri.
Ogni mese ci sono proposte diverse: alcuni dicono che il magma sta a nove chilometri, a otto, a quattro; altri che non c’è proprio magma. Addirittura, quello che ho evidenziato in molte mie critiche a questo modo di comunicare la ricerca scientifica è che gli stessi autori, magari nello stesso mese in pubblicazioni diverse, in una presentano il modello che dimostrerebbe che il magma si trova a otto chilometri di profondità, poi un altro che dimostra che è a quattro, e magari un altro ancora che dice non c’è magma, tutta la deformazione del suolo è dovuta al gas. Quindi, ben vengano tutte le proposte scientifiche, tutte le tesi, le ipotesi, ma dovrebbe essere chiarito anche alla collettività che queste sono ipotesi, sono degli esercizi, non sono dimostrazioni di una verità scientifica, sono una possibilità. La realtà è che, come ho detto spesso, tutte le strategie di difesa e mitigazione del rischio sismico, vulcanico, bradisismico più in generale, dovrebbero prescindere addirittura dalle tesi scientifiche. Perché se noi adottassimo un’ipotesi, questa o altre, per garantire alla popolazione “non vi preoccupate, non c’è rischio perché abbiamo dimostrato che il magma è a quattro chilometri ecc.”, poi potremmo scoprire – speriamo di no – che il nostro modello era sbagliato. Purtroppo, l’unica verifica del modello, di questo come di altri, è l’evento eruttivo, l’eruzione. Non possiamo dimostrare se questa ipotesi è corretta, perché non è un laboratorio nel quale possiamo fare un esperimento. Su questa materia, sulla vulcanologia, non ci sono esperimenti se non l’eruzione stessa.

Per esempio, io ed altri colleghi, ormai più di vent’anni fa, abbiamo proposto un modello alternativo a quello attualmente presentato in questa ricerca della risalita del magma (quindi la presenza di un corpo magmatico a bassa profondità – che era il vecchio modello, attenzione, non è un modello rivoluzionario, era già presentato negli anni ’70 e ’80 per le crisi bradisismiche precedenti, ma che poi si era rivelato poco probabile). Oltre 25 anni fa abbiamo presentato il modello alternativo, che poi è quello che ha avuto più seguito: che la deformazione del suolo non sia dovuta alla presenza di magma, quindi alla spinta del magma o all’aumento di pressione nel sistema magmatico, ma al sistema idrotermale, a questo sistema di oltre tre chilometri di spessore di rocce fratturate all’interno delle quali circolano fluidi. Quindi, la crosta più superficiale si rigonfierebbe, poi lentamente si sgonfierebbe, diciamo come una spugna, per effetto della circolazione dei fluidi. Quindi il bradisismo potrebbe anche, anzi con buona probabilità, non essere legato alla spinta diretta del magma o alla presenza di corpi magmatici a bassa profondità. Ma anche il mio modello, anche se molto seguito, la mia ipotesi non è definitiva, non è dimostrata, come tutte le altre.
Siamo di fronte, secondo il suo parere, a un fenomeno di degassamento profondo, che non ha una vera e propria intrusione di magma, ho capito bene? Ma questo può portare al pericolo di un’eruzione freatica?
Sì, l’eruzione freatica è ancora un’altra problematica. Sicuramente il bradisismo è dovuto a un enorme flusso di gas dal profondo, tanto esteso che abbiamo calcolato che l’equivalente del flusso di gas che abbiamo ogni giorno – decine di migliaia di tonnellate di fluidi – è tale che è equivalente a un’eruzione in corso. È come se ci fosse un’eruzione in corso nei Campi Flegrei, però l’eruzione non c’è. Addirittura alcuni colleghi hanno ipotizzato che ci sia proprio un’anomalia più estesa in quest’area, nella caldera, che quindi prescinda dalla presenza specifica di un corpo magmatico a media o bassa profondità, ma si abbia un flusso anomalo in quest’area – e succede nelle aree vulcaniche. Per cui, sicuramente è un flusso dal profondo, molto elevato.
Per quanto riguarda le eruzioni freatiche, in realtà sono un processo molto più superficiale. Si verificano perché, in aree vulcaniche idrotermali come queste, quando ci sono accumuli – condizioni di alta pressione e alta temperatura a bassa profondità – questi possono causare una rottura delle rocce, quindi un’esplosione senza magma, un’esplosione di solo gas.
Una specie di geyser, come in Islanda?
Sì, una specie di geyser, il livello minimo di esplosione di gas. È un fenomeno ritmico, ripetuto come in Islanda, di emissione brusca di gas raggiunta una pressione critica all’interno del sistema crostale superficiale, questo getto di gas che si solleva. Invece, nel caso dell’esplosione freatica, sarebbe un evento o una sequenza di eventi esplosivi che possono essere anche rilevanti, nei quali un’elevata pressione di gas ad alta temperatura in profondità può causare la rottura della crosta – degli ultimi centinaia di metri di crosta, addirittura ancora più superficiale – con proiezioni di blocchi di roccia nel raggio di centinaia di metri. Quindi può essere molto pericoloso localmente. E questo è uno dei rischi ipotizzati per i Campi Flegrei, anche se nei Campi Flegrei non abbiamo esperienze dirette; si saranno verificati in epoca storica, ma più legati a eruzioni. Le fasi iniziali di eruzioni probabilmente hanno prodotto eruzioni freatiche, e forse l’area di Pisciarelli potrebbe essere, con una certa probabilità, dovuta proprio a un’esplosione freatica sul bordo della Solfatara, non sappiamo quando, negli ultimi 4.000 anni dall’età della Solfatara.
Mi scusi professore, io voglio essere molto concreto, mi voglio incaricare di portarle ed esporle le preoccupazioni principali dei cittadini che vivono nell’area flegrea. Innanzitutto, il rischio di eruzione lei lo considera molto alto, medio o effettivamente remoto? E poi, per quanto riguarda l’eruzione freatica, anche lì, quanta probabilità c’è che sia alta, media o bassa?
Vediamo subito l’eruzione freatica, così ci liberiamo del problema minore. L’eruzione freatica, purtroppo, non siamo in grado di quantificare il rischio. Quello che possiamo dire è che non è un’area regolarmente soggetta a esplosioni freatiche. Però, per quelle che sono le caratteristiche di una sismicità anche a bassa profondità, di sequenze sismiche (questo tra l’altro è stato evidenziato anche in alcuni articoli proprio degli ultimi anni), sequenze sismiche di eventi molto ravvicinati a bassa profondità, queste potrebbero – in linea teorica, perché non abbiamo esperienze che sia successo in altre circostanze nei Campi Flegrei – potrebbero innescare esplosioni di gas, visto che c’è gas a bassa profondità, alta temperatura, elevata pressione, e le scosse sismiche indicano che c’è uno stress crostale. Per quanto riguarda invece le eruzioni
Per quanto riguarda invece il rischio di eruzioni, semplicemente non lo sappiamo, non sappiamo quantificarlo, e questo è il problema serio che abbiamo. Perché magari sapessimo dire: c’è un rischio altissimo che nel prossimo anno ci sia un’eruzione, ovviamente ci metteremmo tutti in sicurezza, allontaneremmo la popolazione. Non lo sappiamo. L’eruzione virtualmente potrebbe avvenire fra millenni, perché i periodi di ritorno dell’eruzione in quest’area sono molto lunghi; potrebbe avvenire fra secoli, oppure anche domani. E questo è il problema.
Infatti, ho sentito anche amministratori locali, autorità, che dicevano che “un rischio remoto” non ha alcun senso dire che è remoto – magari sapessimo che è remoto. D’altra parte, nel piano di emergenza, quello attualmente adottato (anche con gli infiniti limiti che è stato spesso evidenziato) non si parla mai di rischio remoto. Si dice che noi saremo in grado di mettere in salvo la popolazione se avremo almeno 72 ore di tempo. L’unica necessità del sistema di protezione civile è disporre di 72 ore, perché hanno calcolato che sarebbero in grado di allontanare le 500.000 persone in 72 ore dalla zona rossa. Ma mai si parla di rischio remoto, né si può parlare di rischio imminente. Infatti, contesto anche i miei colleghi che spesso dicono che possiamo garantire che non c’è rischio imminente di eruzione, ma noi non sappiamo assolutamente quale sarebbe l’escalation immediatamente precedente a un’eruzione.
Alcuni dicono: “Perché non abbiamo evidenze di risalita di magma”. Ma io ho dimostrato, come anche altri colleghi in altre ricerche con le mie pubblicazioni, come in realtà la risalita del magma possa essere molto rapida. Il magma può risalire dalla camera magmatica in poche decine di minuti. Spesso si fa confusione tra vulcani come l’Etna, come i vulcani hawaiani, come i vulcani delle Canarie, nei quali spesso si vede la risalita del magma. In Islanda, per esempio, si può seguire il percorso del magma perché c’è un dicco che si insinua lentamente, e si fa confusione, si confondono le dinamiche delle caldere con quelle di altri vulcani. Purtroppo anche i miei colleghi spesso fanno questo errore e pensano di essere in grado di seguire la risalita del magma.
Quindi lei ritiene che gli strumenti di monitoraggio attuali siano sufficienti per permettere una comunicazione tempestiva alla popolazione, garantendo la sicurezza della stessa?
Non lo sappiamo, ma non sono io a dirlo. Io l’ho sempre evidenziato, ma in una direttiva della Presidenza del Consiglio dei Ministri di alcuni anni fa si specificava che i modelli potrebbero non rivelarsi corretti, che il sistema di monitoraggio potrebbe non essere in grado di consentirci di prevedere con adeguato anticipo l’eruzione. Soprattutto si specifica per vulcani a condotto chiuso come il Vesuvio e i Campi Flegrei. In più, nella riunione ordinata dal Ministro Musumeci nel 2023, la Commissione Grandi Rischi – la commissione più ampia che è stata convocata, circa una quarantina di esperti – dichiarò esplicitamente che non sappiamo se saremo in grado di seguire la risalita del magma con l’attuale sistema di monitoraggio. Quindi, il sistema di monitoraggio non necessariamente sarà in grado. Poi non si sa perché. A livello locale si tende a dare l’idea che è un sistema che conosciamo bene, quasi come se avessimo dei protocolli, e quindi sappiamo come valutare i dati del monitoraggio. Io non parlerei neanche di “monitoraggio”, per correttezza si dovrebbe parlare di “sorveglianza”, perché sono due termini che suggeriscono l’idea che noi sappiamo quali siano le soglie. Si dovrebbe dire “studio, acquisizione di dati”. Ma “monitoraggio” lo facciamo sul sistema che conosciamo. Questo è un sistema del quale non conosciamo i comportamenti. Non abbiamo nessuna esperienza di altri eventi simili in passato che siano sfociati in un’eruzione.
Professore, in conclusione, agli abitanti che vivono a stretto contatto con un gigante inquieto come i Campi Flegrei, qual è il messaggio finale che lei vuole dare alla comunità flegrea?
Il messaggio è semplicemente di sollecitare e di chiedere corretta informazione, cioè che l’informazione sia corretta e ci sia assunzione di responsabilità da parte delle autorità. Si è chiarito una volta per tutte, a fronte di tutte le storie che sono state fatte in passato, il ministro Musumeci ha denunciato “40 anni persi per la cattiva informazione e la cattiva comunicazione”. La popolazione deve essere informata dei limiti della ricerca scientifica, del fatto che non siamo in grado di prevedere l’eruzione, e quindi solleciti una strategia non previsionistica per la sicurezza della collettività, ma una strategia di prevenzione: vie di fuga adeguate sia per terra che per mare. Quindi, che sia reso operativo il porto di Pozzuoli con il dragaggio (perché per via del sollevamento si sta assottigliando sempre più lo specchio d’acqua e fra poco non sarà più possibile navigare, se continua così) e gli altri porticcioli, in modo che la popolazione in qualsiasi momento possa evacuare da quest’area. E che la popolazione chieda un piano d’emergenza realmente valido dal punto di vista scientifico, che non sia quindi basato sulla nostra presunzione che saremo in grado di prevedere in anticipo l’eruzione, ma ci garantisca in qualsiasi momento – anche se non dovessimo prevedere l’eruzione, per quanto remota che potrebbe avvenire fra millenni, secoli o purtroppo anche in qualche giorno – che sia testato in modo tale da garantire l’allontanamento. Perché è successo in altre aree vulcaniche che la popolazione, purtroppo, è dovuta evacuare in corso d’eruzione.
Per quanto riguarda i rischi sismici, l’unica difesa – e anche questo la popolazione deve sollecitarlo, perché è stata mal informata nei decenni passati, quando si è detto che “i terremoti del bradisismo non hanno mai fatto male a nessuno” – nel 2024 e adesso nel 2025 abbiamo visto che invece i danni li possono fare. Quindi, che si mettano in sicurezza gli edifici e che sia garantita la possibilità che questi edifici resistano anche a scosse più forti di quelle che abbiamo registrato.


