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Il Decreto Dirigenziale n. 325 del 21 maggio 2026 scatena la reazione dei sindacati datoriali: “Si decide il futuro di centinaia di posti di lavoro senza interpellare chi quel lavoro lo fa”

Il Decreto Dirigenziale n. 325 del 21 maggio 2026 ha acceso un nuovo scontro tra la Regione Campania e le organizzazioni datoriali del comparto formativo. Con quel provvedimento l’amministrazione regionale ha disposto l’aggiornamento del Repertorio Regionale dei Titoli e delle Qualificazioni, il catalogo ufficiale delle qualifiche professionali conseguibili nei percorsi di formazione, per allinearlo all’European Qualifications Framework. Una scelta che, nel merito e nel metodo, il Movimento Libero e Autonomo delle Scuole di Formazione Autofinanziate non è disposto ad accettare in silenzio.

Il primo problema è cronologico. Le schede attualmente in vigore resteranno consultabili nell’area pubblica del Repertorio per soli dieci giorni dalla pubblicazione sul BURC. Trascorso quel termine non saranno più accessibili. Il decreto stabilisce con precisione quando le schede vigenti vengono rimosse, ma tace completamente su quando saranno pubblicate quelle revisionate.

Per chi gestisce corsi di formazione, quel vuoto non è un dettaglio tecnico: è un problema operativo concreto. Le agenzie che avevano già programmato percorsi senza aver ancora generato il Codice Unico Percorso si troveranno senza standard di riferimento su cui lavorare. E la trasparenza verso chi vuole verificare i contenuti di una qualifica ne risentirà per un lasso di tempo che, al momento, nessuno sa quantificare.

L’aggiornamento degli standard toccherà anche le regole sulla formazione a distanza e sull’e-learning, allineandole all’Accordo della Conferenza delle Regioni del dicembre 2022, che — venuta meno l’emergenza pandemica — ha posto limiti all’utilizzo della didattica a distanza rispetto al monte ore complessivo dei percorsi.

Per molti enti formativi si tratta del nodo più critico. Dopo il Covid, la FAD ha rappresentato una possibilità reale per chi lavora, per chi vive lontano dai centri urbani, per chi aveva difficoltà a seguire corsi in presenza. Ridimensionarla senza comunicare in anticipo entro quali soglie significa penalizzare proprio le categorie più fragili, quelle che dalla formazione a distanza avevano tratto il maggiore beneficio.

A rendere ancora più tesa la situazione è il metodo con cui il decreto è arrivato a conoscenza delle scuole formative: senza alcuna interlocuzione preventiva, senza tavoli di confronto, senza risposta alle comunicazioni già inviate.

“Abbiamo perso il conto delle PEC inevase”, afferma il segretario politico del Movimento Libero e Autonomo Nicola Troisi. “Ancora una volta si scrive il futuro di centinaia di posti di lavoro senza interpellare chi quel lavoro lo dà. Siamo stanchi delle decisioni calate dall’alto da questa Amministrazione che evita il confronto come fosse un male assoluto.”

Il passaggio alle vie legali, annuncia Troisi, non è più un’ipotesi remota. Il Movimento ha già sporto denuncia penale in relazione a un caso legato agli esami finito di recente sotto i riflettori, ritenendo la risposta della Regione insufficiente a tutela della categoria. Ora, con questo decreto, la soglia della pazienza sembra definitivamente superata.

“Nessun atto che riguarda la categoria può essere considerato tale senza il dovuto confronto con le sigle datoriali”, conclude Troisi. “Un confronto che con questa Giunta e questa Assessora è scomparso totalmente.”

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