Nel nuovo libro “Facce da Monte” (Betti editore), Stefano Bisi riporta un retroscena poco noto della storia politica italiana: il “No” di Piero Barucci alla proposta di guidare il governo avanzata dal presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro.
Barucci, scomparso il 26 febbraio, fiorentino, classe 1933, economista di lungo corso e presidente del Monte dei Paschi di Siena dall’11 maggio 1983 al 28 maggio 1990, è ricordato soprattutto per il suo percorso accademico e istituzionale: laurea con lode in Economia, professore di Economia politica e Storia delle dottrine economiche, preside della facoltà di Economia a Firenze, poi amministratore delegato del Credito Italiano e presidente dell’ABI. Fu ministro del Tesoro e della Funzione pubblica nel primo governo guidato da Giuliano Amato, e ancora ministro del Tesoro nel successivo esecutivo presieduto da Carlo Azeglio Ciampi.
Il contesto è quello drammatico dell’estate 1992, segnata dal celebre prelievo forzoso del 6 per mille sui depositi bancari deciso dal governo Amato. Un provvedimento adottato in una fase di emergenza finanziaria, che – come ricorda Bisi riprendendo una rivelazione del giornalista Francesco Damato – colse di sorpresa molti protagonisti istituzionali, compreso lo stesso Scalfaro, che tuttavia firmò il decreto per garantire il pagamento di stipendi e pensioni.
Proprio Scalfaro, deluso e preoccupato per la gestione della crisi politica ed economica, iniziò a pensare con anticipo alla successione di Amato. Si rivolse così a Barucci, ministro del Tesoro stimato per competenza tecnica e affinità politica. Ma l’economista fiorentino declinò l’offerta di formare il governo.
La scelta aprì la strada alla nomina di Ciampi a Palazzo Chigi nel 1993: un governo “anfibio”, ultimo della cosiddetta Prima Repubblica, incaricato non solo di affrontare l’emergenza dei conti pubblici ma anche di accompagnare la transizione verso la nuova legge elettorale dopo il referendum che aveva archiviato il sistema proporzionale.
Il rifiuto di Barucci, rimasto finora ai margini del racconto pubblico, emerge nel libro di Bisi come un passaggio cruciale e poco conosciuto di quegli anni convulsi. Un “No” che cambiò il corso degli eventi e contribuì a definire gli equilibri della transizione italiana tra Prima e Seconda Repubblica.


