Napoli – La rivalità tra Nord e Sud, in Italia, è una ferita che periodicamente riaffiora. E quando accade su un palcoscenico simbolico come quello del Festival di Sanremo, la discussione diventa inevitabilmente nazionale.
Quest’anno, al centro del dibattito, c’è Sal Da Vinci. Il voto 4 assegnato dal Corriere della Sera ha acceso polemiche e riflessioni: è davvero solo una questione musicale o dietro certe valutazioni si nasconde ancora una disparità culturale mai del tutto superata?
Definire Sal Da Vinci un cantante neomelodico “fino all’osso” appare riduttivo. È, prima di tutto, un interprete della tradizione napoletana, con una carriera costruita tra musica e teatro. Figlio di Mario Da Vinci, voce autorevole della canzone napoletana conosciuta anche all’estero, Sal è cresciuto in una famiglia di artisti.
Calcava il palcoscenico già a dieci anni, recitando nelle celebri sceneggiate napoletane, quando molti degli artisti oggi presenti all’Ariston non avevano ancora idea del proprio futuro. Il teatro gli ha insegnato presenza scenica, interpretazione, contatto con il pubblico: elementi che ancora oggi caratterizzano le sue esibizioni.
Il successo di “Rossetto e caffè” ha riportato il suo nome al centro della scena nazionale. Il brano, scritto da Vincenzo D’Agostino — considerato da molti il “Mogol del Sud” — è diventato un simbolo di uno stile che unisce tradizione e modernità. D’Agostino, scomparso recentemente, è stato ricordato con rispetto e commozione, a testimonianza di un legame umano oltre che artistico.
È vero, Sal Da Vinci arriva da quel mondo musicale che spesso viene etichettato con superficialità. Ma ridurre tutto a “sonorità trapassate” significa ignorare l’evoluzione di un artista che ha saputo attraversare generi e generazioni.
Il brano presentato a Sanremo — secondo i primi sondaggi — è tra i più apprezzati dal pubblico: orecchiabile, ritmato, un inno all’amore che invita a ballare, sulla scia del suo successo più noto.
Sul palco dell’Ariston, Sal non si limita a cantare: interpreta, sorride, coinvolge. È uno di quegli artisti che fanno spettacolo nel senso pieno del termine, forti di una scuola teatrale che pochi possono vantare.
La critica è legittima, i gusti sono soggettivi. Ma quando certe stroncature sembrano ignorare storia, curriculum e radici culturali, la discussione si allarga. La musica napoletana è parte integrante del patrimonio italiano, non una nicchia folkloristica da liquidare con un voto numerico.
Forse la vera sfida è proprio questa: superare etichette e pregiudizi, riconoscendo il valore delle diverse tradizioni che compongono il panorama musicale nazionale.
E chissà che, al di là delle polemiche, questo non possa essere l’anno della consacrazione definitiva per Sal Da Vinci sul palco più importante d’Italia.


