In uno scenario geopolitico già complesso, l’intervento militare degli Stati Uniti in Venezuela rappresenta un evento di portata epocale, capace di ridefinire gli equilibri non solo regionali, ma globali. Un’azione del genere, che va oltre le sanzioni economiche e la pressione diplomatica finora esercitate, costituisce l’epilogo drammatico di una crisi lunga un decennio, mossa da un intreccio di motivazioni dichiarate false e reali, e dalle cui conseguenze il continente americano faticherebbe a riprendersi.
Le Motivazioni: un Mosaico di Interessi e Pretesti
Le ragioni ufficiali addotte da Washington per giustificare l’ intervento militare si basa su tre pilastri principali, le cui fondamenta appaiono però traballanti:
- “Stato Canaglia” e Minaccia Regionale: Washington accusa Caracas di essere un “Stato canaglia”, alleato di attori considerati ostili come Russia, Cina e Iran. La presenza di militari russi, la collaborazione tecnologica con l’Iran e l’approfondimento dei legami economici con Pechino vengono letti come una sfida all’influenza tradizionale USA nell’emisfero occidentale (Dottrina Monroe). In realtà, la nazione caraibica non ha mai attaccato alcun paese, né organizzato attentati, né è in grado di costituire in alcun modo una minaccia militare diretta.
- Narcoterrorismo (un’accusa controversa): L’accusa, ripetuta più volte, di aver trasformato il Venezuela in una “narco-dittatura”, collusa con il cartello dei Soles e canale del traffico di cocaina verso gli Stati Uniti, fornirebbe la giustificazione legale per un intervento sotto le leggi statunitensi sul narcoterrorismo. Si tratta di un’accusa non provata in modo definitivo e contestata da alcune autorità internazionali. Ad esempio, il procuratore della Repubblica di Napoli, Nicola Gratteri, ha affermato che il Venezuela ha un ruolo marginale nel traffico di droga verso l’Europa, sottolineando come le rotte e i protagonisti principali siano altri.
Al di là delle motivazioni ufficiali, ritenute da molti osservatori pretestuose, gli analisti individuano interessi strategici più profondi e concreti:
- Risorse Energetiche: Il Venezuela possiede le più grandi riserve petrolifere accertate al mondo. Ristabilire il controllo su quell’oro nero, attualmente sotto sanzioni e in gran parte inaccessibile alle compagnie occidentali, avrebbe implicazioni enormi per il mercato globale dell’energia. La storia del petrolio in Venezuela è centrale per comprenderne le dinamiche politiche. Dopo decenni di sfruttamento favorevole alle compagnie straniere durante il XX secolo, la nazionalizzazione del 1976 e la creazione della PDVSA rappresentarono una pietra miliare di sovranità nazionale. Tuttavia, l’eccessiva dipendenza dal petrolio ha reso il paese vulnerabile. Con l’avvento del governo di Hugo Chávez, fu chiesta una rinegoziazione degli accordi con le multinazionali per una maggiore equità, richiesta che molte compagnie USA rifiutarono, innescando decenni di guerra economica, pressioni politiche e isolamento del governo bolivariano nel tentativo di piegarlo.
- Contenimento delle Influenze Avversarie: l’intervento ha l’obiettivo strategico di estromettere Russia e Cina dal “cortile di casa” americano, interrompendo accordi militari, investimenti e progetti infrastrutturali che hanno eroso l’influenza unipolare degli USA nella regione.
- Esempio Politico: Sconfiggere l’ultimo baluardo del “socialismo del XXI secolo” in America Latina servirebbe da monito per altri governi critici della politica estera statunitense, riaffermando un modello di egemonia regionale.
Le Conseguenze: Uno Scenario Catastrofico e Multilivello
L’attacco militare diretto eseguito l’altra notte , anche se limitato, scatenera’ una reazione a catena dalle conseguenze devastanti:
- Crisi Umanitaria Apocalittica: L’azione militare esacerberà in modo incontrollabile la già disperata situazione umanitaria. Si assisterà un massiccio spostamento interno di popolazione, al collasso totale delle già fragili infrastrutture e a una possibile carestia. L’esodo verso i paesi confinanti (Colombia, Brasile) raggiungerebbe dimensioni bibliche, travolgendo la capacità di risposta regionale. La Colombia, infatti, ha gia’ dispiegato le sue truppe al confine con il Venezuela.
- Instabilità Regionale e Conflitto Prolungato: È improbabile che l’intervento si risolva in un’operazione chirurgica. Potrebbe innescare una guerra civile su vasta scala, con milizie lealiste (i “colectivos”), frammenti dell’esercito e gruppi irregolari che impegnerebbero le forze di intervento in una logorante guerriglia urbana e rurale. Paesi come Cuba e Nicaragua potrebbero essere trascinati nel conflitto, mentre altri (Messico, Argentina, Bolivia) condannerebbero ferocemente l’azione come un ritorno all’imperialismo.
- Escalation Geopolitica Globale: La risposta di Russia e Cina è, a parere di molti analisti, inevitabile. Mosca, che ha investito militarmente ed economicamente in Venezuela, potrebbe rispondere con forniture di armi avanzate, invio di “consiglieri militari” o azioni destabilizzanti in altri teatri (come l’Ucraina o il Medio Oriente) per alzare il costo dell’intervento per Washington. Pechino, principale creditore di Caracas, vede minacciati i suoi ingenti investimenti e la sua strategia di espansione in America Latina, reagendo sul piano economico-diplomatico.
- Shock Economico Globale: L’interruzione totale delle esportazioni venezuelane, unita al panico nei mercati, fara’ schizzare il prezzo del petrolio a livelli record, innescando una recessione globale in un’economia mondiale già fragile. Le rotte commerciali ne risulterebbero destabilizzate.
- Polarizzazione e Crisi di Legittimità Internazionale: L’azione unilaterale degli USA, condotta senza un esplicito mandato ONU (dove sarebbe stata certamente bloccata da Russia e Cina), divide profondamente la comunità internazionale. Mina ulteriormente il sistema del diritto internazionale e la già logora credibilità degli Stati Uniti come promotori della sovranità nazionale, rafforzando il blocco dei paesi critici verso l’egemonia occidentale.

Conclusione
L’attacco militare USA al Venezuela non è una semplice “operazione di cambio di regime”. È un evento dirompente, un punto di non ritorno per l’America Latina e per l’ordine internazionale. Se le motivazioni si radicano in una miscela di calcolo geopolitico, interessi economici e una retorica sulla lotta al narcotraffico, le conseguenze superano, a mio parere, di gran lunga qualsiasi obiettivo dichiarato. Si rischia gettare un intero continente nel caos, di innescare una nuova e pericolosa fase della competizione tra grandi potenze e di produrre una sofferenza umana di proporzioni inimmaginabili. La storia recente (Iraq, Afghanistan, Libia) dovrebbe servire da cupo monito: le guerre iniziano con obiettivi apparentemente chiari, ma i loro esiti e i loro costi reali rimangono incalcolabili per decenni.


